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Basilio Talatinian, ofm
Il Vangelo di Maria


XVII
GESÙ VA A SCUOLA

Pochi giorni prima che Gesù compisse il suo settimo anno di età, Maria ricevette una visita da parte di sua cugina Maria di Cleofa, la figlia di zia Rachele andata sposa a Cleofa. La cugina aveva portato con sé i suoi due figlioletti, Giacomo e Giuseppe. Mentre le due Marie discorrevano tra di loro, i piccoli giocavano insieme con Gesù. Giacomo, che era il più grande dei tre, quando si stancò di giocare si mise a scrivere alcune parole per farle leggere a Gesù. Ma questi non sapeva leggere. Allora Giacomo disse a sua madre: «Mamma, Gesù non sa leggere e scrivere neppure l’alef. Quando verrà a scuola con noi? Mamma, domani voglio io stesso accompagnare Gesù a scuola. Egli è intelligente e in poco tempo imparerà a leggere e a scrivere». Le due cugine sorrisero al sentire questa idea.

Quando gli ospiti se ne furono andati, Maria si disse: «Io non so che programma di vita abbia il Messia in questa così giovane età. Ho pregato il Signore d’illuminarmi ed Egli mi ha esaudito per mezzo del piccolo Giacomo. Manderò Gesù a scuola». Appena poté ne parlò a Giuseppe dicendo: «Caro Giuseppe, finora ho tenuto nostro figlio in casa con me. Domani compirà sette anni. Non è bene mandarlo a scuola?».

«Senza dubbio - rispose Giuseppe. - Dato che il Signore non ha finora manifestato la sua volontà riguardo al nostro Messia, noi ci comporteremo verso di lui come gli altri genitori verso i loro figli. Volendolo dunque mandare a scuola, gli ho già comprato un vestitino nuovo e un paio di sandali nuovi. Del resto, egli non può ancora lavorare nell’officina. E se andrà a scuola anche tu sarai più libera, durante la sua assenza».

La parola «assenza» colpì l’immaginazione di Maria e il suo cuore provò una specie di strazio. Ma non ci badò e rispose: «Sì, domani lo condurremo alla scuola. Mi permetti di venire insieme con te per presentarlo al rabbino della sinagoga?».

Giuseppe osservò: «Sarebbe tuo diritto e tuo dovere presentarglielo, ma - che vuoi? - il Messia vuole apparire mio figlio e perciò tocca a me presentarglielo. Inoltre la tua presenza potrebbe riuscire poco gradita al rabbino. Senti, facciamo così: andiamo insieme fino alla porta della sinagoga; arrivati colà, tu rimarrai fuori mentre che io farò le pratiche necessarie per l’ammissione di Gesù alla scuola. Va bene?». Maria annuì dicendo: «Sia fatto come tu desideri. Io penserò a prepararlo».

Quindi chiamarono Gesù e gli dissero: «Ti piacerebbe andare a scuola per imparare a leggere e a scrivere?». «Sì, - rispose loro il piccolo - voglio imparare a scrivere i vostri nomi, voglio imparare a leggere la Bibbia». Allora essi gli dissero: «Domani ti condurremo a scuola». Gesù non nascose la sua gioia.

 

L’indomani mattina Maria mise a Gesù il vestito nuovo e poi gli infilò ai piedi i sandali nuovi dicendogli: «Quando sarai con gli altri ragazzini farai una bella figura così ben vestito!». A quel punto era tentata d’impartirgli qualche istruzione e rivolgergli qualche esortazione. Ma - si diceva - come posso ardire di fare questo al mio Dio? In quel momento si ricordò delle parole di Giuseppe: «Ci comporteremo verso il Messia come gli altri genitori verso i loro figli». Pensò anche che Gesù si era messo volontariamente nella condizione di aver bisogno dell’aiuto di sua madre. Se questo era vero per le necessità del corpo, perché non doveva esserlo anche per le necessità dell’anima? Confortata da queste due ragioni, fece sedere suo figlio sulle sue ginocchia e tenendolo abbracciato con la destra cominciò a parlargli dolcemente così: «Tesoro mio, fra poco andremo a scuola. Ti lascerò là per qualche ora. Quando sarai in classe non pensare a me, ma stai attento al maestro. Cerca d’imparare tutto ciò che egli v’insegna. Non distrarti in cose inutili; non badare agli altri ragazzini quando non fanno il loro dovere di scolari; non parlare e non giocare durante la scuola. Sii sempre rispettoso verso il tuo maestro e amalo come ami me; siigli ubbidiente come sei ubbidiente a me. Sii buono con i tuoi compagni e sopporta i loro dispetti evitando ogni litigio. Durante il tempo della ricreazione stai allegro e gioca senza però stancarti. Alla fine della scuola verrò io a prenderti».

«Sì, mamma, seguirò molto volentieri i tuoi consigli, - rispose Gesù - ma come potrò io rimanere senza la tua compagnia, che mi è tanto dolce?».

«Senti, caro Gesù, - gli rispose Maria - anch’io non posso stare lontana da te, ma per il tuo bene volentieri rinunzio per qualche ora alla tua compagnia. Così anche tu per il mio bene rinunzierai alla mia compagnia. Considero infatti mio bene che tu sia istruito. Inoltre la scuola serve non solo a imparare a leggere e a scrivere, ma anche ad abituare i piccoli a staccarsi dai loro genitori quando il dovere lo richiede».

«Prevedo - replicò Gesù - che la tua lontananza mi costerà molto, ma per amor tuo sopporterò volentieri il vuoto che proverò nel cuore, pregando il Padre affinché lo riempia della sua presenza e del suo amore».

«Pregalo anche per me - gli raccomandò Maria - affinché conforti il mio cuore durante la tua assenza».

In quell’istante arrivò Giuseppe, che si era assentato per una mezz’oretta, e vedendo che Gesù era pronto, disse: «Andiamo dal rabbino».

Tutti e tre uscirono di casa diretti alla sinagoga. Gesù camminava contento in mezzo ai suoi genitori che gli tenevano le manine dall’una e dall’altra parte. Arrivati nei pressi del piazzale della sinagoga, dove gli scolari stavano giocando e aspettando il segnale dell’entrata in classe, videro Giacomo, il quale, non appena li vide, corse verso di loro gridando: «Finalmente anche Gesù viene alla scuola! Voglio mettermi vicino a lui in classe per suggerirgli le risposte che dovrà dare al maestro quando… non saprà cosa dire». «Bravo Giacomino!», gli disse Giuseppe, che poi gli chiese se il rabbino si trovasse nel suo ufficio. Avuta risposta affermativa, prese per mano Gesù e si diresse verso l’ufficio. Maria con visibile commozione si affrettò a dare un bel bacio al suo Gesù dicendogli: «Comportati sempre bene. Arrivederci verso l’ora di pranzo!».

Giuseppe e Gesù entrarono dal rabbino salutandolo: «Pace a te!». «Pace anche a voi», rispose loro il rabbino e aggiunse: «Giuseppe, sei venuto per iscrivere alla scuola il tuo piccolo Gesù, non è vero?». «Sì, - assentì Giuseppe - egli ha compiuto sette anni, ed è ora che impari qualche cosa per la vita».

Il rabbino accese il candelabro a sette bracci e dopo aver messo il libro della Torà sul leggio invitò Giuseppe a porre la mano sul capo del piccolo e a proferire parole di benedizione. Giuseppe, ubbidendo all’ordine ricevuto, recitò la seguente benedizione: «Il Signore volga il suo sguardo sopra di te e ti benedica. Ti faccia crescere nella conoscenza della sua santa legge e nell’adempimento dei suoi giusti precetti. La tua scienza ridondi a corona di esultanza per il tuo maestro e per i tuoi genitori. Amen. Alleluia!».

Il rabbino, mentre registrava le generalità di Gesù, diceva a Giuseppe: «Sarà bravo questo Gesù; i suoi occhi m’illuminano e mi fanno presagire che diventerà un grande rabbino».

Giuseppe, lasciando Gesù con il rabbino, se ne congedò e insieme a Maria fece ritorno a casa.

Il rabbino prese Gesù per mano e lo condusse in classe affidandolo all’hasan, il bidello della sinagoga, che aveva l’incarico d’istruire i più piccoli. Quando gli scolari videro il nuovo arrivato scoppiarono in grida di gioia e di festa; ma l’hasan li zittì subito con qualche schiocco di staffile nell’aria. Gesù fu messo in prima fila, quella destinata ai più piccoli, e cominciò a imparare l’alfabeto. Il maestro diceva «alef» additando questa prima lettera dell’alfabeto scritta su di una tavoletta. Gli scolari ripetevano il suono. Quindi si passava nella stessa maniera alla seconda lettera, cioè alla bet, e poi alla terza, lo zain; poi si ricominciava a ripetere le stesse lettere. Imparate le prime tre lettere dell’alfabeto, il maestro insegnava a scriverle. Gesù imparò in quella mattinata a leggere e a scrivere le prime tre lettere dell’alfabeto.

Terminata la scuola, gli scolari uscirono facendo come al solito gran festa. Giacomo e Giuseppe presero Gesù per mano volendolo accompagnare a casa, quand’ecco spuntare Maria che, accarezzando i due nipotini per esprimere loro la sua riconoscenza per la loro premura, li licenziò e, presa la mano di suo figlio, fece ritorno a casa. Solo quando furono arrivati Maria gli chiese cosa avesse imparato. Gesù le rispose: «Le prime tre lettere». «Sai anche scriverle?», riprese Maria. «Certo!», le rispose Gesù e, chinatosi a terra, scrisse col dito le tre lettere imparate. «Sei bravo - gli disse Maria - e perciò ti ho preparato una bella torta in premio della tua diligenza».

Alcuni giorni dopo, Gesù raggiante di gioia disse alla madre: «Oggi ho imparato una bellissima cosa, che ti farà piacere». «Che cosa ti fa essere così contento?», gli domandò Maria. «Il segreto è mio», le rispose Gesù. «E non puoi rivelarlo nemmeno a tua madre?», replicò Maria. «Oh! - rispose Gesù - tu hai la chiave del mio cuore e come posso nasconderti i suoi segreti?». E così dicendo prese la sua tavoletta e vi scrisse queste due parole: Miriam, Josef. Maria, tutta commossa, prendendolo tra le braccia gli disse: «Ora scrivi anche il tuo nome sul mio cuore, affinché io non lo dimentichi mai, ma arda di un sempre più grande amore per te».

 

Dopo tre anni di scuola Gesù aveva imparato parecchi salmi a memoria e molti racconti della storia sacra. Giuseppe, per rinfrescare la propria memoria di ciò che aveva appreso nei suoi verdi anni, amava farsi raccontare da Gesù quanto aveva appreso a scuola. Maria completava il racconto aggiungendovi le parti accessorie che il maestro aveva tralasciato per semplificare la lezione.

Un giorno - Gesù aveva allora circa dieci anni - uno degli scolari, che in classe era seduto vicino a lui ed era assai scarso d’intelligenza e debole di memoria, fu interrogato dal maestro su di un punto difficile della lezione. Il povero scolaro non riusciva a cavarsela; ogni risposta era un madornale sproposito. Il maestro si alterava sempre di più mentre lo scolaro s’impauriva e si confondeva in misura corrispondente. Spropositi detti a mezza voce e correzioni peggiori degli spropositi si alternavano. Il maestro era furioso ma, invece di lasciar correre e interrogare un altro, si ostinava a voler spillare vino da una botte vuota.

Era severamente proibito agli allievi di suggerire sotto pena di tre staffilate sulla palma della mano destra. Gesù si trovava sulle spine nel vedere questa scena sconcertante e umiliante. Infine si decise a suggerire. La cosa riuscì bene la prima e la seconda volta, senza che il maestro se ne avvedesse. La meraviglia succedeva ora alla scontentezza e all’irritazione nell’animo del maestro, al quale venne perciò il sospetto che qualcuno stesse suggerendo. Con aria apparentemente annoiata e distratta osservava e tendeva l’orecchio per scoprire l’eventuale trasgressore del divieto. A un certo momento fece una domanda che richiedeva una risposta più lunga. Lo scolaro, il capo leggermente chino verso Gesù, aspettava la dettatura, che arrivò anche questa volta.

Lo stratagemma del maestro era riuscito. Chiamò Gesù davanti a sé e gli disse: «Tu hai suggerito: non è vero?». «Sì, maestro», rispose Gesù. «Sai che è proibito suggerire?». «Sì, maestro». «Allora apri la mano destra e accogli le tre carezze del mio staffile». Gesù ubbidì prontamente, ed ebbe tre solenni staffilate che gli fregiarono la palma della destra col grado di capitano. Non ritirò la mano se non dopo il terzo colpo. Dopo di che il maestro gli intimò di tornare al suo posto dicendogli: «Così impari a suggerire!».

Finita la scuola, gli scolari, non appena furono fuori, saltarono al collo di Gesù baciandolo e salutandolo loro capo e condottiero. Quindi lo sollevarono con le braccia acclamando: «Osanna al figlio di Davide!».

Nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno Maria, mentre si faceva aiutare da Gesù a trasportare alcuni vasi di fiori nel cortile, si accorse dei segni che rigavano la palma della mano destra del figlio. Gli prese la mano, la guardò per bene e tutta spaventata gli domandò: «Che segni sono questi? Forse il maestro ti ha punito? E perché mai?». Le rispose Gesù: «Non badarci, cara mamma, sono incidenti di scuola e ogni alunno ne porta qualche ricordo per tutta la vita». «Come non badarci - gli replicò Maria. - Non lo sai che ogni tuo dolore è causa di strazio per il mio cuore? Chissà quanto ti hanno fatto male questi colpi! Dimmi che cosa è successo. So che non puoi commettere azioni cattive. Come mai, allora, il maestro ti ha frustato la palma destra?». «Mamma, - rispose Gesù - non ti angustiare; si tratta di una piccola cosa e già domani questi segni saranno spariti».

Quindi le raccontò l’accaduto. Maria s’affrettò a ungere con un po’ di olio la palma arrossata del suo Gesù. Mentre era intenta a questa operazione, faceva la seguente considerazione: «Tu hai sempre suggerito ai profeti le parole che dovevano annunziare al tuo popolo. Non puoi scordarti di questo ufficio e perciò continui a suggerire. Suggerisci pure in simili casi! Certo, i tuoi suggerimenti sono sempre di grande vantaggio per noi, ma talvolta sono di pregiudizio per te, come è successo quest’oggi. Povera me! Chissà quanto ti hanno fatto male queste tre staffilate, se io al solo vederne le tracce mi sento male».

Il giorno dopo Gesù, come al solito, arrivò a scuola un po’ prima dell’inizio delle lezioni. Il maestro lo vide e, chiamatolo in disparte, gli disse: «Gesù, tu sei sempre stato un modello di ubbidienza e disciplina per tutta la scuola; perciò non comprendo come ieri hai potuto trasgredire una regola così elementare della disciplina scolastica. Dimmi: perché hai suggerito?». «Caro maestro, - gli rispose Gesù - mi faceva male vederti così adirato e volevo risparmiarti un’ulteriore eccitazione. Se ho fatto male, ne domando perdono». «No, - protestò il maestro, cui la coscienza rimordeva di aver esagerato nel tormentare quel povero scolaro - non hai fatto male; e ora va’ a giocare fino al segnale d’inizio delle lezioni».

 

Al termine dei tre anni l’hasan passò i suoi allievi al rabbino facendo uno speciale rapporto di lode sul conto di Gesù. Anche il rabbino non tardò molto ad accorgersi che il figlio di Giuseppe e Maria era di gran lunga superiore per rendimento scolastico a tutti i suoi compagni. Perciò, anziché tenerlo a scuola per altri due anni, pensò che fosse il caso di raccomandare a Giuseppe di mandare il figlio alla scuola rabbinica di Gerusalemme, benché sapesse che la borsa del falegname non poteva sostenere spese straordinarie. Comunque si decise a parlargliene, per vedere se in qualche maniera era possibile mandare Gesù alla Città Santa. Giuseppe gli rispose che ci avrebbe pensato e intanto confidò a Maria la proposta del rabbino. Maria trovò bella l’idea, ma osservò: «Gesù è ancora troppo piccolo; è meglio che lo teniamo con noi almeno per altri due anni. Quando avrà compiuto dodici anni, gli domanderemo quale professione intende esercitare nella vita; e se vorrà continuare gli studi, cercheremo con qualche sacrificio di farglieli proseguire. A Gerusalemme ho dei parenti che lo potranno alloggiare; e noi lavoreremo un po’ di più per pagare la retta scolastica».

Giuseppe approvò il consiglio di Maria e pregò il rabbino di tenere Gesù a scuola per altri due anni.

 

Terminato il quinto anno di scuola, Gesù amava recarsi nell’officina di suo padre e aveva cominciato a imparare il mestiere del falegname, benché nessun obbligo lo costringesse a far ciò. I suoi genitori volevano che compisse prima il suo dodicesimo anno di età.

Maria si recava di tanto in tanto alla bottega di Giuseppe o per portare qualche cosa o per prendere un po’ di denaro o per altri motivi simili. Il vedere il suo Gesù tutto intento a segare, a piallare, a piantar chiodi e a eseguire alcuni disegni di Giuseppe, era per lei fonte di un godimento indicibile. Ogni azione di suo figlio, ogni sua posa, ogni sua mossa riproduceva qualche cosa di lei, sua madre. Maria avrebbe voluto gettarsi al suo collo per abbracciarlo e baciarlo, ma si accontentava di dire internamente: «Dio mio e figlio mio, ti amo più di me stessa; e faccio volentieri questo piccolo sacrificio per non disturbarti nel tuo lavoro».

Giuseppe era stupito di come Gesù eseguisse ogni lavoro bene quanto lui; gli mancava solo la sua forza fisica e la sua resistenza alla fatica.

 

Il giorno che Gesù compì dodici anni, Maria lo chiamò a sé e gli disse: «Figlio mio, mi vuoi confidare il segreto del tuo cuore?». «Certo, mamma», le rispose Gesù. Allora Maria: «Dimmi qual è la tua vocazione, perché voglio aiutarti a seguirla. Credo, anzi so che sei il Messia e che devi regnare sulla casa di Davide tuo padre, come tu stesso mi hai comunicato per mezzo dell’Angelo Gabriele. Ma come si compirà tutto ciò?». «Nel fare la volontà del mio Padre celeste», fu la risposta di Gesù. Al che Maria disse: «Sì, ma in che modo?». Gesù rispose: «Insegnando il suo amore e i suoi precetti e facendo scorrere la sorgente delle sue grazie su quanti crederanno alle mie parole». «Allora - disse sua madre - non è bene che ti mandiamo a Gerusalemme per proseguire i tuoi studi presso la scuola rabbinica?». «Non sarebbe male, ma non è necessario», le rispose Gesù.

Maria: «E quando comincerai a insegnare agli uomini l’amore del Padre celeste?».

Gesù: «Veramente passeranno ancora molti anni prima che io inizi la mia opera».

Maria: «E intanto che cosa vorresti fare? Vuoi forse continuare a lavorare con Giuseppe imparando il mestiere del falegname?».

Gesù: «Proprio così, mamma».

Maria: «Secondo le nostre usanze, un ragazzo diventa, a dodici anni compiuti, maggiorenne legalmente ed è quindi responsabile davanti alla legge di tutti i suoi atti e può scegliere liberamente la sua professione».

Gesù: «Sì, lo so. La mia professione, a cui non posso rinunciare, è quella del Messia. Però mi preparerò a esercitarla facendo il falegname».

Maria: «Rispondi, ti prego, ancora a questa domanda: vuoi fare la cerimonia del Bar-Mizvah per comparire anche davanti a tutti noi responsabile dei tuoi atti di fronte alla legge?».

Gesù: «Sì, la Pasqua è ormai vicina e io desidero tanto celebrarla nella Città Santa, dove potremo compiere la cerimonia del Bar-Mizvah. Mamma, vuoi farmi questo grande favore?».

Maria: «Ben volentieri, caro tesoro mio. A Gerusalemme potremo pregare insieme il Padre Celeste nel suo bel Tempio».

Maria espose il desiderio del figlio a Giuseppe, il quale - avendo accettato la proposta - andò subito dal rabbino per procurarsi delle filattèrie. Ne prese una scritta e un’altra senza iscrizione. In quella scritta era riportato il quarto comandamento: «Onora il padre e la madre». Poi passò dal sarto e comprò un bel mantello con frange, e dal pellaio, da cui acquistò una cintura; quindi, tornato a casa, consegnò il tutto a Maria.

Quella sera stessa Maria chiamò a sé Gesù e gli disse: «Leggi questa filattèria»; ed egli la lesse, esprimendo il suo profondo gradimento della scelta fatta. Quindi la madre gli domandò cosa egli volesse scrivere sulla seconda filattèria. Gesù prese la filatteria non scritta e vi scrisse le seguenti parole: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e ama il tuo prossimo come te stesso», e consegnandola alla madre la pregò di legargli questa seconda filatteria sulla fronte e la prima intorno al braccio.

Maria era piena di meraviglia per questo nobilissimo pensiero del suo Gesù e la espresse dicendogli: «Con questo precetto aprirai la porta di tutti i cuori; e tutti gli uomini si sentiranno fratelli». Quindi aggiunse: «Caro figlio mio, ti ho chiamato finora col nome di catàn [= “piccolo”], ma con la cerimonia del Bar-Mizvah comincerò a chiamarti mio gadòl [= “grande”]. Intanto voglio vedere come sei bello con queste insegne della tua maturità legale».

Detto ciò, lo rivestì della tunica bianca, lo cinse con la cintura, gli legò al braccio sinistro la filatteria del quarto comandamento e sulla fronte quella del massimo comandamento; poi gli mise addosso il mantello guarnito di frange. Infine lo guardò ben bene da tutte le parti per vedere se c’era qualcosa fuori posto, e avendo trovato tutto in perfetto ordine lo condusse da Giuseppe dicendogli: «Ecco qui il nostro piccolo Davide, già bell’e pronto a marciare alla conquista del mondo! Il diadema che cinge la sua fronte è un colossale programma di amore. Lo scudo di cui è munito il suo braccio è un programma di pietà e la difesa più sicura dei diritti dei genitori, che oltre all’amore avranno anche l’onore e il rispetto. Non è così, mio piccolo gadòl?». «Sì, è così - assentì Gesù. - Il mio regno è regno di amore e di santità, e voi siederete alla mia destra e alla mia sinistra nel mio regno, perché vi ho colmati entrambi di amore e di santità. Gli uomini adesso non comprendono il programma del Messia, ma quando mi sacrificherò completamente per loro, capiranno che il regno del Messia non è di questo mondo né si fonda sulle armi, ma sulla virtù e sulla perfezione morale e spirituale».

Maria, dopo aver svestito Gesù delle insegne rituali della sua maturità legale, cominciò a meditarne le parole: esse capovolgevano tutte le concezioni che gli Ebrei avevano del regno messianico. Gesù, infatti, voleva per molti anni esercitare il mestiere del falegname, vivere nell’anonimato, santificando la sua esistenza con la pietà, con il lavoro e con le virtù domestiche. Lei pure, che era destinata a sedere alla destra di suo figlio in questo regno messianico, doveva fare lo stesso, avere e seguire lo stesso programma di vita compendiato in un binomio pieno di significato e fecondo di opere immortali: carità e santità di vita. Questo binomio meraviglioso implicava il sacrificio totale di se stessa, che l’avrebbe resa simile a suo figlio, sì da meritare di sedere alla sua destra.

Dopo queste considerazioni Maria fece il seguente proposito: «Signore mio Dio, Tu mi hai posto davanti il tuo divino Messo, affinché egli si rifletta in me e io in lui. Ebbene, io lo voglio imitare in tutto, avere i suoi stessi sentimenti e i suoi stessi pensieri, vivere come lui nel nascondimento, nella preghiera e nel lavoro per la tua gloria. Voglio fare a meno di tutto ciò che non è strettamente necessario alla vita, in modo da poter trionfare sulla materia e sui sensi; voglio compiere ogni atto del mio dovere come se fosse l’azione più gradevole e più soddisfacente della mia vita, con la gioia nell’animo e con la serenità nel volto anche quando Tu, mio buon Signore, permetterai che il mio cuore sia arido, turbato e afflitto. Come Tu sei purissimo e perfetto, così voglio che anche ogni mia azione sia, col tuo aiuto, purissima e perfetta».


B. Talatinan, In Vangelo di Maria,
Franciscan Printing Press, Jerusalem 2005
15x21.5; 266 pp.; illustr. a colori
US $ 20.00

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