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Basilio Talatinian, ofm
Il Vangelo di Maria

XXIV
«GIOISCI, MADRE DI GESÙ! ALLELUIA!»

Verso le tre della mattina della domenica Marco fu svegliato da una scossa di terremoto e subito dopo sentì un bisbiglio continuato che veniva dalla camera attigua alla sua, dove si trovava la Vergine. Si alzò dal letto e uscì nel vano interno della casa da dove si aveva accesso alle altre camere; e vide una viva luce che sprizzava da tutte le fessure della porta della predetta camera. Si accostò alla porta e sentì chiaramente un colloquio: Gesù e Maria si parlavano! Marco era tentato di bussare alla porta ed entrare, ma fu preso da un sacro terrore e indietreggiò. Rimase lì immobile per alcuni istanti senza sapere cosa dovesse fare. Infine decise di tornare a letto e aspettare la levata del sole per sapere da Maria stessa se le fosse apparso Gesù. Ma non poté riprendere sonno. Sentendo ancora il bisbiglio diceva tra sé: «Ma come è possibile che Gesù sia qui che s’intrattiene con sua madre, se è nel sepolcro? E qui come è potuto egli entrare, quando la porta di casa mia è così ben serrata? Che sia proprio risorto da morte, come aveva predetto?».

Marco cercava una risposta alle sue domande, ma non la trovava, perché la risurrezione e l’uscita dal sepolcro nelle condizioni in cui Gesù era stato lasciato non gli sembravano possibili. Infatti Gesù era stato avvolto nella sindone e legato, e inoltre il sepolcro non poteva essere aperto dalla parte interna. Pensando ancora e ripensando, si sovvenne del miracolo di Lazzaro, il quale, in virtù dell’ordine datogli dal Salvatore, era uscito dal sepolcro nonostante che fosse legato. Il ricordo del miracolo di Lazzaro lo rese alquanto disposto a credere.

Verso le cinque di mattina si alzò dal letto e, mentre si vestiva, sentì bussare alla porta di casa. Scese giù e, aprendo la porta, si trovò di fronte la Maddalena, la quale domandò di poter parlare subito con Pietro e con Giovanni. Non appena questi furono arrivati, la Maddalena disse loro che il corpo del Maestro era stato asportato dal sepolcro.

Marco ebbe così un’altra spinta a credere alla risurrezione di Gesù. Pietro e Giovanni corsero subito al sepolcro e, come lo videro senza il suo ospite divino, credettero che era risorto da morte. Giovanni prese la sindone, le bende e il sudario per consegnarli alla Vergine.

Al suo rientro in casa, Giovanni riferì a Marco che Gesù era veramente risorto e gli mostrò ciò che aveva portato con sé. Siccome sulla sindone piegata si scorgevano alcuni segni e linee, la si dispiegò e con grande stupore di entrambi vi apparve impressa l’immagine del Cristo morto: il corpo mostrava i segni lasciati dai flagelli, le ferite, le stimmate alle mani, ai piedi e al costato; il volto esprimeva le sofferenze patite e la tristezza provata durante la passione.

Entrambi furono profondamente commossi e piansero di dolore e di compassione. Giovanni constatò che nella sindone Cristo appariva come era al momento della sepoltura. Poi ripiegò la sindone e la ripose in un armadio aspettando un’occasione propizia e adatta per consegnarla a Maria, perché in quel giorno di gioia non la voleva rattristare con visioni penose.

Marco allora gli confidò quanto aveva sentito e veduto verso le tre di notte e si convinse del tutto che il Maestro era risorto. Giovanni non esitò a dire che era ben naturale che Gesù risorto avesse fatto la sua prima apparizione a sua madre che si era associata alle sue sofferenze, le aveva vissute in intima unione con lui.

Poi insieme andarono da lei e la salutarono dicendole: «Salve, madre augusta, tuo Figlio è risorto come aveva predetto!». Ella rispose al saluto così: «State lieti, perché egli è veramente risorto dai morti e non morrà più». I due discepoli le osservarono nel volto una pace radiosa e gaudiosa, concludendone che Gesù le era realmente apparso.

Maria, vedendoli contenti, disse loro: «Figlioli, preparate un buon pranzo oggi e invitatevi tutti gli Apostoli, perché mio figlio era morto ed è tornato in vita. Oggi è la vera Pasqua, perché la nostra redenzione è stata integralmente compiuta. Dio ha sigillato la missione del suo Cristo suscitandolo da morte e costituendolo re del cielo e della terra. Tutti coloro che gli crederanno sinceramente saranno i suoi gloriosi ministri, come già lo siete voi due».

Mentre i due con la madre di Marco erano intenti a preparare il pranzo, giunsero Maria di Cleofa, la Maddalena e Salome annunziando anch’esse che Gesù era risorto ed era apparso loro. Gli Apostoli, all’infuori di Pietro e Giovanni, non credettero a questa lieta novella. Allora le tre predette donne si recarono dalla Santissima Vergine e le dissero: «Rallegrati, madre di Gesù, perché tuo Figlio è risorto; l’abbiamo visto redimìto dell’aureola della gloria e della maestà». La Vergine rispose loro: «Sì, care donne, egli è risorto e apparso anche a me raggiante di gioia e ammantato di splendore, e mi ha assicurato che sarebbe apparso anche a voi per ricompensarvi delle vostre tenere premure. Se gli Apostoli non vi hanno creduto, sono in parte scusati perché sono ancora confusi e in preda al panico. Ma stasera anch’essi vedranno mio figlio e crederanno».

Poco dopo si presentarono i parenti della Vergine, e cioè i figli e i nipoti di Rut e di Ezechiele con la loro parentela, per porgerle le loro condoglianze per la morte del Figlio. Vedendo la sala del Cenacolo ornata e la tavola in via di essere imbandita, domandarono a Marco e a Giovanni perché facessero festa. Fu risposto loro che il figlio di Maria era morto ma che poi era tornato in vita. Allora essi dissero: «Cosa significano codeste vostre parole?». Giovanni rispose: «Gesù, come aveva predetto, è risorto dai morti e noi vogliamo festeggiare l’evento. Maria, quindi, non ha bisogno delle vostre condoglianze, bensì delle vostre congratulazioni. Mi sono spiegato?».

I parenti della Vergine, essendo vestiti a lutto, rimasero alquanto imbarazzati a tale notizia ed erano incerti se presentarsi alla Vergine così com’erano vestiti o tornare a casa per cambiarsi. Quand’ecco uscire dalla camera di lei Maria di Cleofa, che, come li vide, li invitò a entrare da lei e porgerle i loro rallegramenti.

Incoraggiati da queste parole, i parenti entrarono dalla Vergine e le dissero: «Eravamo venuti per presentarti le nostre condoglianze e perciò ci vedi con questi abiti da lutto; ma avendo visto i preparativi del banchetto e sentito le parole di Giovanni e Marco, crediamo alla risurrezione di tuo Figlio. Perciò ci congratuliamo con te e ci raccomandiamo alle tue preghiere». La Vergine rispose loro: «Ora vi riconosco per veri miei parenti! Eravamo parenti con i vincoli del sangue e ora lo siamo diventati anche con i vincoli della fede. Ringrazio il mio figlio e il mio Dio di avervi concessa la grazia di credere alla sua risurrezione senza averlo ancora visto risorto».

A tavola erano presenti anche gli Apostoli. Si poteva notare un grande contrasto: da una parte la Santissima Vergine, Giovanni, Marco e Pietro che erano lieti, anzi esultanti, e dall’altra i restanti Apostoli che erano di tutt’altro umore. Sennonché la gioia dei primi riusciva di tanto in tanto a infondere un certo brio nei secondi. Giacomo, fratello di Giovanni, spinto fortemente a credere alla risurrezione del Cristo dall’esempio di suo fratello e di sua madre, a un certo punto si mise sulla scia dei primi; gli altri invece rimasero nel loro dubbio.

Per timore dei Giudei gli Apostoli avevano chiuso le porte del Cenacolo. A sera il Divino Risorto apparve loro d’improvviso. Essi, come lo videro in carne e ossa e per giunta con le ferite alle mani e ai piedi, non esitarono più a credere al meraviglioso fatto della sua risurrezione.

 

Dieci giorni dopo la risurrezione la Vergine fece ritorno in Galilea in compagnia degli Apostoli. Questi proseguirono per il lago di Tiberiade. Maria invece si fermò per qualche giorno a Nazaret.

Poi con Giovanni raggiunse gli altri Apostoli e tutti insieme salirono sul monte Tabor, che era stato indicato dal Cristo come il luogo della sua prossima apparizione. Infatti Gesù vi apparve loro rincuorandoli e istruendoli nella fede. Dopo l’apparizione, Giovanni raccontò a Maria con entusiastiche parole la prodigiosa trasfigurazione di Gesù avvenuta su quel monte poco tempo prima della sua passione. Maria, che si era appena riavuta dall’estasi in cui era caduta nel rivedere il Figlio, ricadde nuovamente nella contemplazione estatica. Giovanni ebbe in questa occasione modo di osservare il fenomeno dell’estasi mariana e constatò che il corpo non opponeva alcun ostacolo all’attrazione esercitata sullo spirito dalla visione divina, essendo completamente e totalmente sottomesso alla rettissima e immacolata anima. Perciò la contemplazione estatica di Maria sembrava far partecipare anche il corpo del gaudio celeste che ne provava l’anima. La letizia e l’irradiazione di splendore misti a una sublime calma e serenità che emanavano dal volto di lei, costituivano anch’esse per Giovanni una specie di contemplazione estatica, per cui era felice di esserle accanto e di poterla contemplare, e paragonava volentieri la sua propria estasi, avuta nella trasfigurazione di Cristo su quello stesso monte, con quella che provava ora nel contemplare il volto trasfigurato della madre adottiva.

 

La Vergine e gli Apostoli, dopo aver passato circa tre settimane nella Galilea, fecero ritorno a Gerusalemme, dove il Divino Risorto apparve loro nuovamente dando appuntamento per il giorno seguente sul Monte degli Ulivi.

Era il quarantesimo giorno dopo la risurrezione. Sul Monte Oliveto si era radunato il drappello apostolico con Maria. Tutti erano in preghiera, fiduciosi di rivedere il divin Maestro. Quand’ecco apparve loro Gesù e disse: «Non allontanatevi da Gerusalemme prima di aver ricevuto la promessa del Padre, ossia la forza dello Spirito Santo». Quindi, alzate le mani, li benedisse staccandosi da loro e sollevandosi in alto. Mentre saliva in cielo una nuvola lo nascose ai loro occhi. Maria lo seguiva più col cuore che con lo sguardo e lo vedeva assiso trionfante e glorioso alla destra del Padre e nell’atto di mostrarle il trono di gloria che aveva preparato per lei, su cui si sarebbe assisa dopo un secondo martirio che l’attendeva, cioè quello che avrebbe patito nel vedere lo scempio del di lui corpo mistico ossia della Chiesa nascente. La spada predetta da Simeone doveva continuare a trafiggerle il cuore senza però che ella avesse ancora la consolazione di essere confortata dalla presenza terrena del suo Gesù.

 

Tornati a Gerusalemme, gli Apostoli con Maria passavano il loro tempo pregando ora nel Tempio e ora nel Cenacolo e aspettando la discesa dello Spirito Santo. Nelle ore libere Giovanni andava dalla Vergine per intrattenersi con lei su cose spirituali. Nel pomeriggio del venerdì dopo l’ascensione egli fu assalito da un grande scrupolo al pensiero che non aveva ancora consegnato a Maria la sindone. Considerando che il giorno e l’ora ricordavano in modo particolare la passione e morte di Gesù, andò subito nella sua camera, tirò fuori dall’armadio la sindone e recatosi da lei le disse: «Ho qui una preziosa reliquia di tuo figlio. Il giorno della risurrezione, quando andai al sepolcro, vidi il lenzuolo che aveva avvolto il corpo del nostro Salvatore, il sudario e le bende. Li presi e li ho conservati nella mia camera fino a oggi. La sindone porta impressa l’immagine del martoriato tuo Figlio. Finora non ho voluto mostrartela per non turbare la gioia pasquale che ha inondato il tuo cuore di madre».

Così dicendo, stese la sindone piegata in due sul letto e cominciò a tirar su lentamente il lembo che copriva l’immagine della parte anteriore del corpo. Quando arrivò alla ferita del costato, guardò la Vergine e vide che piangeva. Allora si fermò e voleva ripiegare la sindone, ma lei insistette che si arrivasse al volto e quando lo vide, esclamò: «È proprio lui, mio Figlio, come era quando fu avvolto nella sindone. Sembra che abbia voluto lasciarci questa sindone in eredità, affinché ricordassimo il suo amore e il suo dolore, per riprodurli in noi integralmente nella santità della vita, santità che esige realmente tanto amore e tanto dolore».

Quindi si chinò sul sacro volto e lo baciò. Poi, rivolta a Giovanni, gli disse: «Grazie, figlio mio, per avermi regalato questa preziosa reliquia».

Giovanni, vedendola tanto commossa e triste insieme, la lasciò sola per darle agio di sfogarsi un po’. Quindi ritornò da lei per dirigere la sua attenzione su argomenti più lieti e le disse: «Quando Gesù morì, era così come è riprodotto qui sulla sindone, ma quando risorse da morte apparve trasformato in qualcosa di divino: il suo corpo era come spiritualizzato, splendido e agile e sottile; il suo volto radioso, maestoso e gioiosamente sereno. Quando lo vidi la sera della risurrezione, provai una tale felicità che mi sembrava di essere in cielo anziché su questa misera terra. Erano momenti troppo belli perché durassero a lungo. Ma hanno questo di duraturo: che hanno fatto penetrare il cuore sempre di più nel cielo, dove vedremo Dio come Egli è per tutta l’eternità».

«Oh! - rispose Maria - il giorno della risurrezione è stato il giorno più bello della mia vita, perché nell’umanità gloriosa di mio figlio ho visto la sua divinità e fui beata oltre ogni dire, dimenticando all’istante tutte le angosce e tutti i dolori sofferti nei giorni precedenti. Finora non ho fatto altro che rivivere quella visione, rievocando con la memoria la felicità provata e prorompendo in atti di adorazione, ringraziamento e amore a Colui che sarà il nostro gaudio sempiterno».

Giovanni osservò: «Dio non poteva non ricompensarti, dopo averti fatto assaporare tutta la feccia del calice amaro della passione e morte di tuo Figlio. I tuoi dolori e le tue angosce furono certamente tanto terribili che avrebbero dovuto farti cadere nella disperazione, ma Egli che può tutto ti ha sostenuta con la sua amorosa grazia per renderti capace di unirti alle sofferenze del Figlio per la redenzione del genere umano. Parimenti ti ha sostenuta dopo con la sua grazia per poterlo vedere nella sua divinità senza morire di gioia. Ma, di grazia, puoi descrivermi un poco quel che soffristi e quel che godesti?».

Maria pensava di aver parlato già abbastanza; perciò si contentò di rispondergli che il linguaggio umano è impari a descrivere adeguatamente tutta la tempesta che agita il cuore di una madre che vede torturato e ucciso il frutto delle sue viscere, ed è del tutto incapace di descrivere ciò che avviene tra Dio e un’anima nell’unione beatifica.

Ma Giovanni era troppo desideroso di conoscere queste cose per desistere dalla sua richiesta, per cui tornò alla carica dicendole: «Giacché hai usato la parola “tempesta”, non ti sarà difficile descrivere il martirio del tuo cuore con l’immagine di una tempesta. Io conosco le formidabili tempeste del lago di Genesaret e anche tu hai certamente sentito molti casi di naufragio dovuti a tempeste che i superstiti hanno potuto narrare e descrivere. Non ricusare di venire incontro alla mia richiesta, perché io, tuo figlio, voglio imparare da te a essere forte nel dolore e a sopportare ogni martirio per la causa del Vangelo. Inoltre, tu che sei la madre di Gesù nostro Dio e che hai vissuto con lui per circa trent’anni, puoi di certo trovare facilmente le parole e le immagini più adatte a darmi almeno un’idea delle celesti comunicazioni che intercorrono tra Dio e l’anima. Il mio cuore aspira al cielo, a Dio, ma ha bisogno che qualcuno attizzi il fuoco che è racchiuso in esso perché possa divampare in un incendio d’amore che bruci e consumi ogni moto dell’anima troppo umano, ogni desiderio e sentimento troppo terreno. Nessuno in questo mondo lo potrà fare meglio di te, che sei la madre del divino Amore».

Maria era ancora restia a cedere. Il suo amore per Giovanni la spingeva a palesargli ogni cosa, ma il suo amore per Dio le consigliava di tenere celate le sue virtù e le intime comunicazioni divine. Non erano forse, queste divine comunicazioni, cose del tutto personali intercorrenti solo tra Dio e l’anima? Non era forse una specie di profanazione dell’amor sacro spirituale lo spiegarlo e descriverlo a un altro? Perciò ella credette opportuno dirgli: «Figlio, non voler insistere nella tua domanda, perché non vedo come sia possibile soddisfarti. Pregherò il mio Gesù perché voglia rivelarti quanto tu brami».

Giovanni non si perdette d’animo e le disse: «Certamente Gesù può soddisfare il mio desiderio meglio di chiunque altro. Ma ordinariamente egli vuole servirsi degli esseri umani per istruire altri esseri umani. Ah, madre, ti scongiuro per il tuo Gesù benedetto, di non voler tenermi nascosto quanto può servire a farmelo amare di più. Il mio cuore è già stato ferito dall’amore per lui e non potrà essere guarito che trasformandosi in una meravigliosa rosa di amore. Nell’ultima cena, quando Gesù istituì l’eucaristia, io ho appoggiato il mio capo sul suo petto, o meglio egli ha attirato il mio capo sul suo petto e mi ha aperto i segreti del suo cuore purissimo. L’anima mia era tutta assorta in Lui, in estasi davanti alla sua bellezza divina. Ero fuori di me: ero in Lui. Il mio cuore pulsava nel suo e mi sembrava di aver raggiunto il mio fine ultimo, cioè la felicità del cielo. Sennonché questo stato è durato troppo poco: il mio cuore è stato presto separato dal suo, il che ha aperto in esso una ferita inguaribile. Deh, madre, abbi cura di questo cuore e coltivalo con il balsamo delle tue celesti parole in modo che diventi una profumata e leggiadra rosa sul petto del tuo Gesù!».

Maria capì che non era più il caso di custodire gelosamente il suo segreto e che il suo novello figlio era già stato preparato da Gesù stesso a conoscere, apprezzare e gustare le intime gioie dell’unione trasformante. E benché ella provasse una innata ritrosia a parlare di sé, pure si convinse che Dio voleva servirsi di lei per far pregustare agli esseri umani che lo cercano ardentemente le gioie del paradiso. A un tratto provò in se stessa un tenerissimo affetto per Giovanni e si dispose ad accontentarlo per farlo crescere sano e robusto nella vita spirituale e nell’amore perfetto di Dio. Quindi disse a Giovanni: «Figlio, cercherò di descriverti tutto; ma quando lo avrò fatto, tu dovrai pensare che non ho detto quasi nulla. Altro è provare e sentire qualcosa nell’intimo dell’anima e altro raccontarlo e descriverlo. Ecco dunque in succinto come andarono le cose durante e dopo la passione del nostro Gesù.

«Il Signore mi ha preparata al dolore, alle sofferenze e alle angosce dell’anima fin dal giorno dell’Annunciazione; e mi ci ha reso ancora più pronta con la profezia di Simeone. Mio Figlio poi mi ha fatto… pregustare tutti i particolari della sua passione e morte predicendomi quanto avrebbe sofferto. Col passare dei giorni il pensiero del calice amaro che mi attendeva, pur affliggendomi e contristandomi, mi ha disposto a conformarmi alla volontà divina e a rassegnarmi a quanto doveva accadere con strazio del mio cuore; anzi a poco a poco a quel pensiero è subentrata una gioiosa fiducia che Dio avrebbe reso per speciale sua degnazione più abbondante il frutto del sacrificio di mio Figlio in considerazione dell’immolazione consapevole e volontaria del mio amore di madre.

«Ma la vista di tutti i tormenti subiti da Gesù fu per me come una tempesta improvvisa e violenta che mise scompiglio nella mia anima, disperdendo i miei pensieri e sentimenti abituali, cosicché la mia anima navigava in mezzo alla procella senza sapere dove dirigersi a causa dell’oscurità spirituale e delle violente ondate che la flagellavano da ogni parte.

«Io cercavo di tenermi aggrappata ai miei pensieri e ai miei sentimenti abituali come al timone, all’albero maestro e ai bordi della mia navicella, sperando che la tempesta cessasse presto e il mare si calmasse, e in tal modo riuscivo ancora a restare a galla, pur vedendo mio Figlio morente in croce; quand’ecco un’ondata immane, e cioè il lamento del mio Gesù di essere stato abbandonato da Dio stesso, frantumò la mia navicella riducendola in mille pezzi. Ero stata assalita dal dubbio che egli non fosse Dio e che per giunta fosse stato abbandonato completamente da Dio, e che perciò io fossi vissuta sempre nell’illusione e nell’inganno.

«Il nemico, come un moscone, mi ronzava attorno sussurrandomi all’orecchio senza interruzione: “È finita per il tuo Gesù! Egli è stato per sempre abbandonato da Dio. È stato riprovato e fra non molto sarà dannato! Sappi, o donna illusa, che Dio non può abbandonare uno se non è un empio e un perverso, perché Egli è bontà infinita. Perciò se Egli ha abbandonato il tuo Gesù, come or ora hai sentito con i tuoi stessi orecchi, è segno che tuo figlio si è comportato da empio e perverso. In realtà egli fu ed è tale per essersi dichiarato Dio e Figlio di Dio; ma ora che egli è stato ghermito dagli inesorabili artigli della morte, si viene a trovare anche di fronte a se stesso nella miserabile condizione del suo essere finito, atrocemente torturato dal rimorso di essersi superbamente arrogato gli onori divini. E Dio, che è geloso della sua gloria e non la cede a nessuno, gli ha strappato dalla gola l’angoscioso e tremendo lamento per umiliarlo e svergognarlo davanti a tutti coloro che gli hanno stupidamente creduto. Aggiungi a tutto questo che Dio dice nella Torà che è maledetto colui che pende dalla croce; ebbene, tuo figlio pende dalla croce e sta per esalare l’ultimo respiro, dunque è maledetto da Dio. E chi è maledetto da Dio dev’essere maledetto anche dagli uomini, perciò dev’essere maledetto anche da te!

«“Tu pure, povera donna, hai contribuito colpevolmente alla sua arrogante pretesa con la tua insulsa fede e con le tue parole e atti superstiziosi e interessati. Anche te Dio ha abbandonato per sempre. Morirai come lui disillusa e disperata, senza via di scampo”.

«In quel momento mi trovai proprio senza alcun aiuto, senza un barlume di luce e senza alcun conforto, sul punto di essere ingoiata dai gorghi dei dubbi e delle incertezze che con i loro mulinelli vorticosi mi trascinavano al loro centro per risucchiarmi in fondo al mare dell’infedeltà. In quel medesimo momento provai una grande nausea di me stessa, di tutta la mia vita e di tutte le cose, anche di quelle spirituali. La fede mi sembrò una cosa assurda, la speranza una crudele illusione e l’amore un dolce veleno. A che serviva continuare a vivere? Ero tentata di negare la divinità di mio Figlio, fuggire lontano e scomparire dal mondo. Ma come rinnegare colui che era stato il sole della mia vita? Come abbandonare il Figlio del mio cuore proprio nel momento in cui aveva più bisogno di sua madre, di essere da lei sostenuto e rincuorato in mezzo al mare delle sue sofferenze spirituali e fisiche? Il mio amore per lui, pur quasi soffocato dalla tentazione, continuava ad ardere nel mio cuore. Ero investita da due opposte correnti: l’una mi trascinava verso il crocifisso, l’altra invece cercava di distaccarmene.

«Non sapendo come liberarmi dai vorticosi gorghi del tremendo dubbio, pregai come non avevo mai pregato fino allora, pregai dal più profondo del mio cuore e supplicai Dio di venirmi in aiuto illuminandomi sull’angosciato lamento di Gesù.

«Passato il primo urto della terribile tentazione, che aveva eccitato al massimo la mia immaginazione, mi ricordai che mio figlio era Figlio dell’Altissimo, come mi aveva annunziato l’Arcangelo Gabriele, e credetti con la stessa forza con cui avevo creduto allora; compresi perciò che quel lamento pieno di angoscia scaturiva dalla sua umanità che la divinità abbandonava al dolore, al supplizio della croce e alla morte, allo scopo di salvare il mondo, me compresa. Pensai e mi convinsi che la seconda Persona divina non poteva abbandonare realmente l’umanità che aveva assunta senza con ciò rendere inutile tutta la sua vita su questa terra, inefficaci tutte le sue sofferenze e vana tutta la sua missione. Di conseguenza tornai a sperare che il terzo giorno egli sarebbe risorto.

«Allora mi riconfermai nella mia fede e nella mia speranza, aggrappandomi a esse come al timone della nave per non far naufragio e affogare, poiché le ondate del dubbio continuavano a sferzarmi e a percuotermi, scaturendo soprattutto dal pensiero della morte e della sepoltura di mio figlio.

«Il furore della tempesta si riduceva a poco a poco e le ondate diminuivano in grandezza e violenza. Così cresceva in me la speranza della bonaccia e mi riusciva più facile tenere raccolti i miei pensieri e i miei sentimenti abituali, benché non sempre. La mia anima assomigliava al mare subito dopo la furia di una tempesta. I miei pensieri e i miei sentimenti passavano a poco a poco dall’affanno e dalla paura alla calma e alla speranza. Nei momenti di affanno lo spettro della disperazione, riapparendomi all’improvviso, m’impauriva, mentre nei momenti di calma la speranza della risurrezione di Gesù mi rincuorava.

«Quando i tristi pensieri, quali violente ondate, si abbattevano su di me, rivivevo le ore tremende della prova dell’infedeltà. Al contrario, quando mi balenava alla mente la predizione della risurrezione, mi sembrava di risorgere dalle angosce mortali e di cantare trionfante l’inno della salvezza e della vittoria. L’alternarsi di questi opposti pensieri assomigliava al flusso e al riflusso delle onde e l’anima mia al naufrago che si crede ora perduto e ora in salvo a seconda che si trovi nel cavo o sulla cresta dell’onda…

«Dopo aver trascorso le lunghe, interminabili ore del venerdì sera e del sabato nel continuo avvicendarsi di questi opposti sentimenti, provai una serenità nuova: era ormai cominciato il terzo giorno predetto da mio figlio e quindi la sua risurrezione e apparizione non dovevano tardare molto. La vicinanza del grande avvenimento faceva sgorgare dal mio cuore rivi di ardenti sospiri e desideri di rivedere presto il mio Gesù, e fra tali pensieri e sentimenti così gli parlavo: “La sete che ho di te, mio dolcissimo bene, mi divora. Le acque amare della superata procella mi fanno bramare ancora più ardentemente il tuo volto, fonte di ogni soavità. La tempesta, che imperversando sopra di me da ogni lato mi ha scossa e agitata, mi fa sospirare più che mai a te che sei requie di ogni anima angustiata e afflitta. La salsedine ha bruciato i miei occhi che versando continue lacrime stanno per spegnersi e non si riapriranno senza il collirio della tua visione luminosa. Oh! sorgi finalmente dalla tua tomba, come sei sorto dal mio tabernacolo, bello e splendente; risuscita il tuo corpo esanime, come hai risuscitato il figlio della vedova di Naim; abbi pietà di me, come l’avesti di lei, e consegnati a tua madre per asciugare le sue lacrime, spegnere la sua sete, ridarle forza e colmare la sua anima della tua gioia divina”.

«Quando ebbi finito di pregare così, mi sentii invadere da sentimenti di pace e di serenità tanto soavi che già mi beavo della presenza di Dio pur continuando a non vederLo. In quell’istante ebbi una visione: mi sembrava di trovarmi dentro un’edicola tutta d’oro poggiante su di un blocco massiccio di marmo di color rosso, tutto intorno al quale fiorivano rose di vari colori.

«Non cessavo di contemplare questo maestoso e fiorito monumento, dilettandomi dei suoi particolari. Quand’ecco fui investita da un fascio di luce che mi giungeva da oriente. Era il Sole di giustizia, mio Figlio, che accompagnato dal mio sposo e dai miei genitori, anch’essi risorti da morte, veniva come una saetta verso di me. Trasalii per la gioia e, gettatami tra le sue braccia, piansi di consolazione. Quindi mi felicitai con lui, con Anna e Gioacchino e con Giuseppe, ed essi si felicitarono con me. Gesù prese poi a consolarmi col dire che aveva anticipato la sua risurrezione di qualche ora, perché le mie lacrime lo rattristavano troppo, le mie suppliche lo commuovevano sempre più profondamente e i miei sospiri lo trascinavano irresistibilmente verso di me. Per rivedermi più presto, aveva unito la sua anima al corpo risuscitandolo da morte, quindi - spalancato il sepolcro - ne era uscito trionfante ed esultante ed era venuto da me.

«Poco dopo, i miei genitori e il mio sposo, augurandosi di rivedermi in cielo, scomparvero dalla mia vista e rimase solo mio figlio. Non mi stancavo di contemplarlo e di bearmi di lui che mi sorrideva e si compiaceva di me.

«Non passò molto tempo che il suo volto divenne più splendido ancora. Potei allora intravedere la sua anima sublime e attraverso di essa la sacrosanta Trinità. Quand’ecco la potenza dello Spirito Santo mi rapì in seno alla Trinità beata, rendendomi tutta spirituale e infondendomi una gioia smisurata. Ero in Dio che mi permeava tutta, sì da sembrare che io vivessi in Lui ed Egli in me. Così ero immersa nella contemplazione dell’essenza divina e delle sue infinite perfezioni.

«Non è esatto dire che passavo dallo stupore al gaudio, dalla contemplazione all’amore: si deve dire piuttosto che ogni istante era insieme stupore, gaudio, contemplazione e amore.

«Al gaudio principale proveniente dalla visione beatifica si aggiungeva una particolare soddisfazione e felicità constatando che una delle tre divine Persone era mio figlio.

«Per descriverti materialmente il misterioso gaudio da me provato, mi servirò di un paragone banale, ma che dà un’idea abbastanza fedele di cosa avviene nella visione beatifica: una limatura di ferro attratta da una calamita rimane per così dire in estasi, ebbra e avida insieme di felicità, perché il flusso magnetico le comunica continuamente - per così dire - il miglior modo di esistere e la conforta in ogni istante affinché possa conservare il coordinamento armonico delle sue molecole.

«Ero in Dio come una limatura di ferro in un campo magnetico, sempre ebbra e insieme sempre avida di Lui. La visione e l’ebbrezza divina non mi stancavano perché Dio uno e trino è nello stesso tempo infinitamente bello e infinitamente vario. La sua bellezza mi attraeva e mi beava, mentre la sua varietà mi occupava. Perciò la mia felicità era colma dell’infinita bellezza divina e nello stesso tempo sempre nuova dell’infinita varietà divina. Naturalmente tutto questo è dovuto esclusivamente alla grazia divina, anche il fatto che non venissi meno.

«Credevo di essere risorta dalla vita terrena a quella celeste e di essere divenuta per sempre beata insieme con mio Figlio risorto e glorificato. Ma non è così. Dio infatti mi ha rivelato che mi restano ancora parecchi anni da vivere su questa terra, perché la mia passione, per quanto totale e perfetta, deve avere un’appendice in vista di una maternità spirituale nei confronti di tutti i chiamati al regno dei cieli in quanto che essi formano il corpo mistico di Gesù. Perciò, oltre a essere sua madre, dovrò essere anche la madre di tutti gli eletti partecipando alla passione che dovranno soffrire per completare la passione di Gesù. Come ho assistito il Capo nella sua passione, così dovrò assistere il suo corpo, cioè i suoi discepoli nella loro, e soffrire con ciascuno di loro come ho sofferto con Gesù. Se devo avere l’onore di essere chiamata madre dei redenti, occorre anche essere partecipe delle loro sofferenze, dimostrare loro amore, prendermi cura di loro affinché possano svilupparsi e crescere nella grazia, così da poterli abbracciare tutti insieme con Gesù nel seno della Trinità beata.

«Accettai questo dono con tutte le sue gioie e le sue pene e mi vidi di nuovo sulla terra, orfana del mio primogenito, ma feconda di innumerevoli nuovi figli dei quali tu, Giovanni, sei il primo e il più caro».

Giovanni aveva ascoltato Maria raccontare le sue due esperienze inenarrabili, passando dal tremore e dalla sofferenza al sorriso e infine all’esultanza. Aveva capito qualcosa, ma sapeva pure che quanto aveva capito non era che una pallida idea di quanto sua madre aveva vissuto, sperimentato. Aveva compreso però che l’anima di lei era stata prima il teatro della più grande tragedia che possa straziare il cuore di una madre, e poi lo scenario più meraviglioso e splendido della presenza divina che fosse mai stato concesso a una creatura meramente umana di contemplare e di godere. Ai sentimenti che aveva provato durante la narrazione era subentrato ora quello della massima riverenza, del timore religioso. Tutto compunto e sentendosi tanto piccolo, così parlò a Maria: «Madre, io non sono degno di essere tuo figlio; sono troppo miserabile per stare e vivere accanto a te».

«Oh no! - gli rispose la Vergine - Tu che sei stato scelto apostolo di Gesù, mio e tuo Dio, e gli hai posato il capo sul petto, a maggior ragione puoi stare e vivere con me, che non sono altro che una semplice creatura come te. Però il nostro Gesù è venuto sulla terra per deificare gli esseri umani, rendendoli parte di sé, cioè figli di Dio per grazia, e inserendoli nella divinità, che formerà per sempre il loro riposo e la loro infinita felicità.

«In cambio di ciò egli ci domanda la carità, che in cielo costituisce la vita interna della Santissima Trinità, e che sulla terra fa abitare Dio nei cuori degli uomini, trasformandoli in tabernacoli dello Spirito Santo e deificandoli tutti, affinché un giorno possano vivere della vita stessa di Dio nel gaudio sempiterno. O Giovanni, viviamo sempre nella carità, nell’amore per Dio, che è una virtù così perfetta e sublime che, trascendendo ogni cosa e ogni essere creato, punta al cuore stesso di Dio per aprirvi una breccia e collocarvi il nido del suo eterno tripudio e riposo».

A queste parole Giovanni si rianimò e prendendo coraggio esclamò: «Oh, carità benedetta, tu sei d’ora innanzi l’ideale della mia vita, il programma del mio apostolato, e la traccia del mio vangelo. Io ti voglio possedere nel massimo grado per essere più simile a mia madre, più vicino al mio Gesù e più intimo al cuore di Dio. Voglio essere il tuo banditore, andando per il mondo a gridare: Dio è carità, e chi sta nella carità sta in Dio e Dio in lui!».

Maria si compiacque molto di queste entusiastiche parole di Giovanni e gli disse: «Tu non sei più Giovanni di Zebedeo, bensì Giovanni di Gesù, tutto mutato in lui; tu sei mio figlio Gesù!». E nel dire così l’abbracciò. Era l’abbraccio dolcissimo della divina carità.

 

 

Maria e Simone di Cirene

 

Un giorno Maria disse a Marco: «Vidi un uomo che portava il patibolo di mio Figlio Gesù. Non solo vorrei sapere il suo nome, ma desidero anche vederlo per ringraziarlo con tutto il mio cuore, perché ha risparmiato tanta sofferenza e tanta fatica al mio amato Gesù».

Marco non sapeva né come si chiamasse né dove abitasse quell’uomo, perciò rispose che si sarebbe dato da fare per accontentarla.

Un giorno, passando nei pressi della Porta Giudiziaria, Marco vide Maria di Cleofa parlare con una donna che abitava proprio lì vicino e sentì quest’ultima dire quanto avesse sofferto e pianto nel vedere Gesù tutto insanguinato. Allora Marco, domandando scusa, chiese a quella donna se si ricordasse dell’uomo che portava il patibolo di Gesù.

Essa rispose affermativamente, perché quell’uomo passava spesso di lì e aveva avuto occasione anche di scambiare qualche parola con lui. Allora Marco le chiese se ricordasse il suo nome. La donna rispose: «Simone di Cirene», ma non poté fornire altre indicazioni sul suo conto.

Marco sapeva che gli ebrei di Cirene avevano una sinagoga in Gerusalemme e pensò di recarvisi la sera di un venerdì sperando di avere altre utili informazioni dai fedeli che frequentavano quella sinagoga. In effetti vi si recò e come vide il rabbino, che era in procinto di cominciare le preghiere, gli si avvicinò e gli chiese se conosceva un certo Simone di Cirene. Il rabbino annuì e gli disse che glielo avrebbe presentato al termine della preghiera, perché era presente.

Non appena ebbe termine la preghiera, il rabbino chiamò Simone, il quale gli si presentò con i suoi figli Alessandro e Rufo. Il rabbino disse a Marco: «Ecco colui che cerchi». Usciti dalla sinagoga, Marco domandò a Simone: «Sei tu colui che ha portato il patibolo di quel Gesù che doveva essere crocifisso?». «Sì», rispose Simone. «Ebbene, - soggiunse Marco - la madre di Gesù ti vuole vedere per ringraziarti. Vieni con me a casa mia dove ella abita. Io sono suo figlio adottivo».

A Simone venne subito in mente il volto di Gesù. Se lo ricordava ancora molto bene: era pieno di bontà, dolcezza e mitezza; un volto che lo invogliava a caricarsi del patibolo come quello di una madre che invita il suo bimbo a ingoiare una medicina amara. E diceva tra sé: «Se il volto del figlio è tanto attraente, non lo sarà almeno altrettanto il volto di sua madre?». Decise così di andare a contemplare questo volto; e quindi rispose a Marco: «Vengo volentieri, amico mio», e mandò a casa i suoi due figli.

Giunti al Cenacolo, Marco bussò alla porta della Madonna, entrò e annunziò la presenza di colui che aveva portato il patibolo di Gesù. Quindi fece entrare Simone, il quale come vide il volto di Maria ne restò incantato: il volto di Maria aveva gli stessi tratti di bontà, dolcezza e mitezza che aveva visto in quello di Gesù.

La madre di Gesù gli disse: «Caro Simone, non so come ringraziarti per la tua azione caritatevole e compassionevole verso mio figlio Gesù; gli hai risparmiato tanta fatica e sofferenza nell’assai ripida salita al Calvario; ebbene sappi che egli è risorto da morte e ora regna glorioso in paradiso dove al termine della tua vita ti accoglierà trionfalmente».

Simone, tutto meravigliato, disse: «Che consolazione per me sentire che Gesù è risorto e regna glorioso in paradiso! Sì, è proprio una consolazione per me, e ora ti spiego perché. Ero rimasto sul Calvario dopo avervi deposto il patibolo di Gesù, perché sentivo di aver contratto con lui un certo legame per il fatto che avevo portato il suo patibolo. Mentre lo contemplavo appeso alla croce, uno dei suoi due compagni di supplizio, rivoltosi a Gesù, gli disse: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. E lui gli rispose: “Io ti dico in verità che oggi stesso sarai con me in paradiso”. Quando poi tuo Figlio spirò, il centurione, che era chiamato Cornelio dai soldati, di fronte ai fenomeni straordinari che accaddero allora, esclamò: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”. Le tue parole, madre di Gesù, mi dicono che si è realizzato ciò che speravo. Perciò mi dichiaro fin d’ora discepolo di tuo Figlio.

«Madre di Gesù, non mi devi ringraziare di nulla, invece ringraziamo insieme il tuo Gesù che col suo volto pieno di bontà e tenerezza mi ha invogliato a caricarmi del suo patibolo e a portarlo fino al Calvario».

«Sì, - riprese la Vergine - la cosa è come tu dici, ma tu hai corrisposto alla sua bontà sacrificandoti con amore e accettando l’imposizione dei soldati. Mio Figlio mi ha rivelato che tu sarai un grande nel suo paradiso».

Marco voleva sapere ancora altri particolari della passione del Salvatore, ma Simone non poteva trattenersi, perché era stato invitato da un amico a cena, e - salutando lui e Maria - uscì dal Cenacolo.


B. Talatinan, In Vangelo di Maria,
Franciscan Printing Press, Jerusalem 2005
15x21.5; 266 pp.; illustr. a colori
US $ 20.00

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