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IL MURO PARLA E FA PARLARE

Data: 17.3.2005
Fonte: Custodia di Terra Santa

 E’fuori dubbio che la costruzione del Muro di separazione che il governo israeliano continua a elevare, divide i due popoli creando un vero disastro umanitario sia al centro di un dibattito a livello internazionale che non finisce mai di coinvolgere, oltre che i massmedia, anche le più insospettabili fasce  di categorie della stessa società israeliana. Basterebbe leggere, al riguardo, i numerosi commenti di quotidiani nongovernativi israeliani come Ha’Aretz per rendercene conto, senza parlare delle continue manifestazioni di protesta contro il Muro da parte dei movimenti israeliani per la pace.

Nel luglio dello scorso anno l’Alta Corte internazionale di Giustizia dell’Aja ha denunciato l’illegalità della costruzione del Muro e la stessa denuncia è stata formulata a New York dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La Santa Sede dal canto suo, senza tralasciare di condannare gli attentati terroristici contro cittadini israeliani, non smette di denunciare le conseguenze disastrose sulla popolazione palestinese causate dalla costruzione del Muro, non solo, ma anche la violazione degli accordi bilaterali Santa Sede-Stato d’Israele laddove il tracciato del Muro, in alcune zone, come a Betania, invade e danneggia  proprietà appartenenti giuridicamente alla Santa Sede.

 Da aggiungere che il 24 marzo 2004, a Ginevra, la Commissione “Giustizia e Pace” della Custodia francescana di Terra Santa, non ha mancato di levare la sua voce contro il Muro di separazione, nel contesto del dibattito annuale della Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Nonostante ciò le interpretazioni che in Occidente vengono veicolate circa la realtà del Muro non sempre rispecchiano l’oggettività della situazione.

 La mia esperienza in occasione delle mie visite nei Territori occupati, soprattutto nelle zone attraversate dal Muro, si colora di infinita tristezza. Quel muro, che da una parte viene definito “barriera della difesa e della sicurezza”, non è altro che barriera di separazione. Ma direi anche di distruzione perché sta distruggendo quel poco che resta del processo di pace.

 In quelle visite toccavo con mano la sofferenza e la disperazione di centinaia di famiglie palestinesi costrette alla fame. Ho ascoltato racconti angoscianti di nuclei familiari divisi dal muro, di malati impossibilitati a raggiungere gli ospedali e i luoghi di cura all'interno della Cisgiordania. Il muro divide le famiglie separandole dalle loro coltivazioni, dai mezzi di sussistenza e isola le stesse istituzioni religiose. Chiunque abbia avuto modo di visitare le aree dove il muro è stato costruito ha potuto sperimentare la frustrazione e l'umiliazione sopportata ogni giorno dai palestinesi ai numerosi posti di blocco che impediscono di raggiungere negozi, posti di lavoro, frequenza agli studi, visita ai propri parenti. Bisogna immedesimarsi nella pelle della gente per capire. E’ una realtà terribile. La costruzione del muro è qualcosa di semplicemente irrazionale e immorale. Chi non visita quelle regioni, chi non partecipa alla sofferenza di quella popolazione non può capire e tanto meno esprimere oggettivi giudizi sulla realtà della situazione. E’difficile parlare di pace in una situazione come questa. Eppure non dobbiamo stancarci mai di parlarne operando per la pace.

 Questa profonda tensione di conflitto tra palestinesi e israeliani ci rammenta  le parole di San Paolo agli Efesini. “In Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia…” (Ef.2,13-14).

 Come ha fatto San Francesco d’Assisi. Francesco ha tanto amato Cristo che, per la pace della sua terra,la Terra Santa,non ha esitato di incontrare il Sultano d’Egitto nell’infuriare della crociata facendosi coraggioso mediatore di pace fra musulmani e cristiani.

 Rimangono profeticamente vere ed attuali le parole che Giovanni Paolo II ha pronunciato il 20 novembre 2003. Riferendosi espressamente al conflitto che affligge la Terra Santa, il Santo Padre ha detto: “Non di muri, ma di ponti ha bisogno la Terra Santa”. Sono convito che è su questa direttiva che dobbiamo orientare i nostri passi. Perché la profezia della pace diventi realtà dobbiamo cercare di educarci al rispetto, all’incontro, al dialogo, al perdono. Non nella contrapposizione ma nell’apertura e nella comprensione deve ispirare il nostro amore per la Terra di Gesù.

 Come scrive il Cardinale Martini “dobbiamo camminare e lavorare insieme per un peregrinare operoso e orante verso la città di Dio, la celeste Gerusalemme, verso quella che possiamo chiamare la “nostra terra, il “nostro Paese”. La meta e il centro di questo cammino è Gerusalemme. Verso di essa leviamo i nostri occhi. Per la sua pace prega il nostro cuore. Ma non per questo dimenticheremo l’immensa e urgente sofferenza del mondo”.

 Non perdiamo la speranza. Senza speranza non si vive. Dobbiamo essere testimoni e custodi responsabili della speranza. Il Papa della “Pacem in terris”, Giovanni XXIII soleva dire che il pessimista non ha mai costruito nulla di positivo. Oggi c'è più paura che speranza. La paura si affronta con le armi della fede e della preghiera. Questo è il momento della speranza. Credo che l'antidoto alla violenza da qualunque parte venga, sia creare speranza, iniettare speranza, generare speranza, educare alla speranza e alla pace. Io aggiungerei anche educare alla nonviolenza. La nonviolenza è il nome nuovo della pace. Vivere la nonviolenza attiva oggi non è una scelta, ma una necessità.

  Rivolgendosi recentemente ai responsabili delle grandi religioni del mondo, Giovanni Paolo II così si esprimeva: "Uniamo le forze nel predicare la nonviolenza". Farsi eco della profezia della nonviolenza significa concentrare la nostra attenzione sul dramma di questi due popoli, direi sulla sofferenza di questi due popoli, israeliano  e palestinese. Dobbiamo imparare ad amarli, sentirli prossimi e amici. Solo così crolleranno muri e sorgeranno ponti.               

                                                       Padre Marco Malagola, ofm

 

Ed ecco quanto scrivono, a proposito del Muro, le sorelle del Baby Hospital di Betlemme che ogni venerdì guidano la preghiera di intercessione assieme a un gruppo di fedeli cristiani palestinesi ai piedi del Muro.

 “Sul grigio del muro, a Betlemme, come altrove, sono apparse delle strane pitture. Il muro sta diventando infatti una specie di lavagna, o tavolozza sulla quale i “visitatori” (soldati permettendo) esprimono i loro sentimenti, attraverso scritte, ma soprattutto immagini. Il grigio del muro dà immediatamente il senso del vuoto, una distesa piatta e uniforme che si prolunga, si prolunga fino a non vederne la fine, e viene voglia di prendere colore e pennello.

La prima immagine è quella di un leone dagli occhi di fuoco che si avventa ferocemente su una colomba; la seconda pittura, rimasta incompiuta, presenta il volto di un palestinese, un volto gigantesco, con occhi brillanti, quasi lucidi di pianto: avvolto nella sua keffiyeh [1], esso emerge dai fichi d’india della sua terra e da una rete che sembra intrappolarlo; la terza significativa pittura rappresenta un enorme serpente; dentro il suo ventre si vedono due bambini raggomitolati e due animali: uno stambecco e una colomba: è un’immagine terribile. Noi avremmo preferito che il muro rimanesse con il suo originale colore grigio che già parlava abbastanza: quelle immagini non fanno che aggiungere violenza a violenza.

Questo è il muro dalla parte Palestinese; dall’altra parte del muro, sulla terra che Israele ha strappato a Betlemme, c’è uno sterminato cantiere: non ci è ancora chiaro cosa risulterà, ma si prevede un grosso centro di smistamento delle merci, in collegamento con il nuovo posto di controllo che verrà spostato verso Betlemme, restringendone i confini. Come il solito, un buon numero di Palestinesi vi lavora, e così, costruendosi la prigione, si guadagnano il pane. Solo i gatti possono ancora introdursi abusivamente in quella zona, senza suscitare la reazione fulminea dei soldati; quando poi il muro sarà completato, anch’essi, come gli altri animali di Palestina, non potranno più passare al di là. Dalla parte Israeliana, il grigio del muro è stato sostituito da un colore chiaro: questo almeno serve ad attenuare lo shock che istintivamente si prova quando si entra in Betlemme.

Il muro ha fatto molto discutere gli ecologisti, preoccupati per le ancora imprevedibili conseguenze per l’ambiente naturale, per le piante e gli animali. Non solo, perfino gli artisti hanno protestato contro lo scempio del paesaggio, lamentandosi di non essere stati consultati prima di costruire il muro. Ci voleva infatti un po’ d’arte… - dicono - il muro avrebbe potuto essere dipinto, abbellito, avrebbe potuto ripresentare alcuni scenari della meravigliosa natura circostante; almeno sul muro la gente avrebbe ritrovato il paesaggio della cui vista è stata deprivata. Intanto, dal nostro ospedale dobbiamo assistere, impotenti come questa popolazione, allo scempio che si sta facendo di Betlemme, una città che meriterebbe un po’ più di rispetto da parte di Israele. Si sta forse dimenticando che su queste colline il giovane Davide pascolava le pecore di suo padre Iesse, e che prima ancora, nella vallata verso il campo dei pastori, Ruth (la sua bisnonna), andando a spigolare, diede inizio ad una delle più splendide storie della Bibbia?”


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Created/Updated Thursday, 17 March, 2005 at 7:46:35 am by J.Abela, E.Alliata, Marina Mordin
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