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OMELIA DEL PATRIARCA S.B. MICHEL SABBAH

Data: Domenica, 27 Marzo 2005
Fonte: Patriarcato Latino di Gerusalemme


PASQUA 2005 - OMELIA
del Patriarca S.B. Michel Sabbah


Cristo è risuscitato e noi ci troviamo anche quest’anno con la gioia del mistero della vita nuova data all’umanità. La morte è vinta. La morte è divenuta un cammino verso la risurrezione. Cristo è veramente risorto.

1.Meditiamo un mistero di morte innanzitutto, di annientamento, di umiliazione del Verbo di Dio, un mistero impensabile e inaccettabile per la ragione umana: “Pur essendo di condizione divina, dice San Paolo nella sua lettera ai Filippesi, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio. Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,6-8).

Il profeta Isaia aveva già parlato del servo sofferente: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire…e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato” (Is. 53,3-4). Aveva anche predetto che “molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto”. E alla vista del suo annientamento molte genti sono rimasti stupefatti; i re davanti a lui si sono chiusi la bocca, perché hanno visto un fatto mai ad essi raccontato (cf Is. 52, 14-15).

Questo mistero di morte è tuttavia accompagnato da un mistero d’amore: “Dio, dice san Giovanni, ha tanto amato il mondo che ha dato il suo figlio perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna” (Gv. 13,16). E Giovanni dice di Gesù, la vigilia della sua passione: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1).

Ecco il cammino della Risurrezione, un impenetrabile mistero di morte e di amore. Ecco le radici della nostra vita nuova: “Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio, dice ancora San Paolo, è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato…” (Rm. 6,5). E perché “come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, cosi anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm. 6,4)

2. La Risurrezione, avendo vinto la morte, è gioia per tutto la nostra esistrenza. Tuttavia, con questa gioia e con questo mistero, ci ritroviamo sempre oppressi dal peso delle sofferenze di questa terra e di questa chiesa di Gerusalemme, e sotto il peso delle difficoltà della presenza cristiana in questa terra.

Innanzitutto, il conflitto tra israeliani e palestinesi, con tutte le sue vittime, i morti, gli oppressi, gli oppressori, il muro di separazione che demolisce le proprietà e l’avvenire delle persone e della pace, le città prigioni,… tutto questo è ormai una storia antica, un male cronico. E’ vero che appare in questi giorni una nuova figura palestinese, una nuova volontà decisa per la pace e contraria ad ogni ricorso alla violenza, considerata fino ad oggi, un pretesto per non fare giustizia, per non aprire gli occhi e vedere che si ha a che fare non solamente con un fenomeno di violenza, ma con un popolo oppresso. Assistiamo forse, nella lunga storia di questo conflitto a un momento di verità che svelerà le intenzioni di pace o di guerra. La questione che si pone è ormai la seguente: si vuole permettere finalmente ad un popolo di oppressi, i palestinesi, di vivere o se ne vuole semplicemente la morte e la scomparsa politica dalla carta della Terra Santa
La gioia della Risurrezione che riempie il cuore dà nuovo coraggio al credente per continuare a camminare malgrado il crescere della tragedia. Dio è presente nella nostra storia, anche se è una tragedia. Noi viviamo il mistero della vita nuova. La morte, in tutti i suoi aspetti, è via verso una vita nuova, per tutta questa terra e per tutti i suoi abitanti.

3. Un secondo problema, che non può non essere visto, in questo giorno della Risurrezione, è quello della presenza cristiana in questa terra. Da un lato, nei Territori Palestinesi, per via dell’instabilità politica e di tutto quanto essa comporta di difficoltà e sofferenze di ogni sorte, ci sono dei cristiani che decidono di lasciare il paese rinunciando così alla loro vocazione di testimoni in questa terra. Da un altro lato, in Israele, l’incidente che è successo a Maghar, alcune settimane fa, tra drusi e cristiani, e che non é ancora risolto, ha svelato un punto debole nello strato della vita sociale che minaccia la presenza cristiana e l’intero equilibrio della società. L’incidente di Maghar ha dimostrato che la sicurezza per i cittadini non ebrei non è una priorità. I cristiani si trovano senza difesa. Questo esige che dei dialoghi devono aprirsi con tutti gli interessati, compreso lo Stato, per meglio capire verso quale avvenire i cristiani stanno andando in questa terra.

Qui a Gerusalemme, la stampas ha parlato di alienazioni di proprietà della Chiesa. Questo ha provocato nuove paure per i cristiani, alla loro fede, alla loro libertà e identità come persone umane. A questo proposito, noi affermiamo, prima di tutto, la necessità di mantenere a qualunque prezzo i rapporti fraterni tra le Chiese in questi momenti difficili. Noi invitiamo ad una maggiore solidarietà. Ma insieme, tutte le Chiese devono vedere che i cristiani vivono in questi giorni nella perplessità, una collera e uno scoraggiamento di cui dobbiamo tenere conto. Tutti insieme, perché ci va di mezzo l’avvenire di tutti i cristiani e della loro fede, noi abbiamo l’obbligo di rispondere alla loro collera e alle loro aspirazioni come credenti e come cittadini.

4. Pasqua è un tempo di pace, di libertà, di vita nuova e d’amore. E questo significa che tutti insieme, capi delle Chiesi e fedeli, dobbiamo fare del nostro tempo e dei nostri comportamenti un tempo di risurrezione, di pace, di libertà, di vita nuova e di amore. E’ anche un tempo di pazienza, perché gli sforzi umani nel loro avanzare verso il bene sono accompagnati da tanti sbagli e esitazioni. In tutti i tempi ed in ogni circostanza noi proclamiamo la Risurrezione. Noi proclamiamo anche che la nostra vita di cristiani è una vita con tutti, con tutta la società, una vita secondo il significato profondo e la vocazione particolare della nostra Terra che ci spinge non solo a difendere una terra che sia la nostra dimora terrestre ma anche una terra che è la dimora di Dio, la dimora che ha dei valori specifici che noi siamo chiamati a vivere per ritrovare la vera tranquillità e sicurezza, con l’equilibrio necessario dei rapporti tra le comunità in una Gerusalemme che é dimora di Dio e e la nostra dimora terrestre.

La questione della nostra presenza cristiana inizia con una meditazione sul mistero di Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, fatto uomo per noi e per la nostra salvezza, che ha sofferto, é morto, ed é risuscitato. Una meditazione profonda sul significato del comandamento dell’amore, sorgente di perdono e di forza allo stesso tempo, e non sorgente di debolezza, nei nostri comportamenti e rapporti con la società. In questo modo potremo dare testimonianza della nuova speranza che ci è stata data, secondo l’espressione di Pietro nella sua prima lettera: “Dio, nella sua grande misericordia ci ha rigenerati con la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza nuova.” (1Pt 1,3). Con tutta la nostra società, nelle circostanze di conflitto e di squilibri sempre possibili nei nostri rapporti con essa, tendiamo a vivere, in noi stessi e con gli altri, questa nuova speranza della Risurrezione.

Auguriamo la gioia della Risiurezzione, auguriamo pace e giustizia alla nostra terra e a tutti i suoi abitanti. Auguriamo pace a tutta la regione, alla Giordania nostro paese e nostra diocesi. Alla Siria, al Libano e all’Iraq auguriamo pace e stabilità. Preghiamo che trovino tutti la retta strada per usare la libertà; preghiamo perché tutti i nostri governi sappiano che sono servitori dei loro popoli, e loro guide verso la vera libertà e la dignità umana.
A voi tutti, fratelli e sorelle, una buona e santa Pasqua. Amen.

 + Michel Sabbah, Patriarca
 
Gerusalemme, Pasqua 2005



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