Franciscan Custody of the Holy Land - 06/03/2000 info: custodia@netvision.net.il
Il santuario di Betania
al di là del fiume Giordano

Gli Evangelisti raccontano concordemente che Gesù da Nazaret si recò al fiume Giordano dove fu battezzato da Giovanni prima di iniziare la sua missione di rabbi itinerante per i villaggi della Galilea. L’evangelista Giovanni nomina in particolare la località di Betania al di là del Giordano (Gv 1,28) dove Giovanni, negando di essere il Messia ad una delegazione inviata da Gerusalemme, presentò Gesù come l’agnello di Dio alle folle e ai suoi seguaci, due dei quali divennero discepoli di Gesù, tra cui Andrea fratello di Pietro.

Nella letteratura dei primi secoli cristiani, abbiamo scarni ma sicuri dati che permettono di affermare che l’interesse geografico e topografico che gli Evangelisti dimostrano raccontando gli episodi della vita di Gesù, fu condiviso dalle prime comunità cristiane di Terra Santa che conservarono i ricordi, e li mostrarono ai fratelli di fede venuti da lontano. Preziosa in tale contesto la testimonianza di Melitone vescovo di Sardi (II secolo), che in una lettera conservata da Eusebio di Cesarea, scrive:"Recatomi dunque in oriente, ho veduto i luoghi dove fu annunziato e si compì ciò che contiene la Scrittura" (Historia Ecclesiastica IV, 26, 14). Di Alessandro vescovo in Cappadocia e poi vescovo di Gerusalemme (II secolo), sempre Eusebio racconta: "intraprese il viaggio dalla Cappadocia...alla volta di Gerusalemme per pregare e visitare i luoghi santi" (H.E. VI, 11, 2). Nel III secolo abbiamo l'interesse del grande studioso Origene che venne in Terra Santa, dove si fermò dirigendo la scuola di Cesarea, con l'intenzione, come egli scrive "di seguire le orme di Gesù e dei suoi discepoli e dei suoi profeti" (Commentarium in Joannem 1, 28).

Soprattutto come testimonianza di continuità di ricerca di esattezza geografica e attendibilità topografica va vista l'opera di Eusebio di Cesarea successore di Origene e vescovo metropolita di Palestina. Nell'Onomasticon dei Luoghi Biblici, scritto prima della vittoria di Costantino, interesse scientifico e memorie tradite concordano nella volontà di conservare dei ricordi. Significativo in questo senso il vocabolario usato dall'autore deivknutai/ / ostenditur ‘si indica/ si mostra". Il termine viene usato per il sito di Gergesa sul lago di Galilea, per Aenon in Samaria, e per il guado di Bethabara sul fiume Giordano, per il pozzo di Giacobbe a Sichem; a Gerusalemme, per la piscina di Betesda, per il Golgota, per il Getsemani, per l'Akeldama, per Betania e la tomba di Lazzaro. Nella Vita di Costantino, ricordando la sollecitudine di Elena madre dell’imperatore per la Terra Santa. Eusebio presenta l’Augusta come una pellegrina che visita i Luoghi Santi calcati dai piedi di Cristo: "Dopo che ebbe reso la dovuta adorazione ai luoghi sui quali il Salvatore aveva impresso le sue orme (conformemente a quel che dice la parola dei profeti, "prostriamoci nel luogo ov’egli pose i suoi piedi"), subito volle lasciare un frutto della propria religiosità anche ai posteri" (facendo costruire la chiesa della Natività e quella dell’Ascensione, Vita CostantiniIII, 41-43).

La localizzazione del Battesimo

Il ricordo del battesimo di Gesù insieme con la pratica sacramentale e devozionale di imitatio Christi del bagno nell’acqua del fiume, dal III secolo lo troviamo localizzato in un punto determinato del Giordano.

La prima testimonianza è di Origene (verso la metà del III secolo) che accumuna il luogo del passaggio del popolo di Dio nella Terra Promessa (Bethabara) con il luogo del Battesimo di Gesù. Lo studioso preferisce infatti sostituire il termine Betania del vangelo di Giovanni (a lui e ai suoi interlocutori sconosciuto) con Bethabara: "Che in quasi tutti gli esemplari si trovi: "Queste cose avvennero in Betania" non lo ignoriamo, e sembra che questo sia stato fatto anche prima: così che anche in Eracleone leggiamo Betania. Dopo esserci recati sui luoghi alla ricerca delle tracce di Gesù, dei suoi discepoli e dei profeti, ci siamo convinti che non bisogna leggere Betania ma Bethabara. Perchè Betania, come dice lo stesso Evangelista, patria di Lazzaro, di Marta e di Maria, si trova a 15 stadi da Gerusalemme, il Giordano invece ne è lontano circa 180 stadi; ora nei pressi del Giordano non c’è nessun luogo che porta il nome di Betania. Si dice invece che sulle alture del Giordano si trova Bethabara dove, si afferma, che Giovanni battezzava".

La seconda è di Eusebio di Cesarea che nell’Onomasticon, l’opera da lui dedicata alla geografia biblica, alla voce Bethabara ("nell’Oltre Giordano dove Giovanni battezzava per la penitenza"), riprende il testo di Origene aggiungendo però che il luogo è noto a "molti fratelli credenti che desiderosi di rinascere lì si fanno battezzare nella corrente vitale". Un desiderio che, a dire dello stesso Eusebio, fu anche dell’imperatore Costantino che lo confidò ai vescovi radunati a Nicomedia: "Finalmente è giunto il tempo (di ricevere) la impronta salvifica (battesimo) che una volta pensavo di poter ricevere nelle acque del Giordano, nelle quali si ricorda che anche il Salvatore venne battezzato per offrirci il suo esempio" (Vita Costantini IV, 62, 1-2).

La terza testimonianza è del pellegrino anonimo di Bordeaux, venuto a Gerusalemme nel 333, il quale localizza il luogo a cinque miglia dal Mar Morto, aggiungendovi la memoria del ricordo dell’Ascensione di Elia: "(Dal Mar Morto) al Giordano dove il Signore fu battezzato da Giovanni vi sono cinque miglia. Lì c’è un luogo sul fiume, un monticello su quella riva, dove Elia fu rapito in cielo".

L’ultima testimonianza del quarto secolo dalla quale risulta che la visita al fiume era una tappa ordinaria del pellegrinaggio cristiano in Terra Santa, è di Girolamo. Lo scrive raccontando il pellegrinaggio dell’amica Paola che lui accompagnò: " Stette sulla sponda del fiume all’alba....si ricordò del sole di giustizia (Gesù)...".

Nel quinto secolo, per una pratica oramai generalizzata di glorificare il luogo e il ricordo biblico con una chiesa, sull’esempio dei primi tre edifici voluti dall’imperatore Costantino a Gerusalemme, sul Calvario e sulla tomba di Gesù, sul monte degli Olivi, e a Betlem sulla grotta della Natività, l’imperatore Anastasio diede ordine di costruire una basilica sulla sponda del fiume a ricordo del Battesimo e un monastero. Il primo a ricordare la basilica è il pellegrino Teodosio (530 ca). Il Pellegrino di Piacenza (570) nota che il luogo del Battesimo si trovava di fronte al monastero di San Giovanni: "Non molto lontano dal Giordano dove fu battezzato il Signore, si trova il monastero di San Giovanni, molto grande; in esso ci sono due ospizi per i pellegrini (Itinerarium 12, 4)".

La notazione topografica ritorna nella Vita di Santa Maria Egiziaca scritta da Sofronio nel VI secolo. La penitente di Alessandria di Egitto, per seguire la voce che l’aveva invitata a passare il Giordano per trovare pace dopo la sua repentina conversione sulla porta del Santo Sepolcro, uscì dalla porta orientale della città di Gerusalemme e si diresse verso il fiume. (E dicendo queste cose -narra la santa- udii la voce di qualcuno che gridava di lontano: "Se passerai il santo Giordano troverai pace...Quando ormai il sole volgeva al tramonto, -racconta Maria al prete Zosima- scorsi la chiesa di Giovanni Battista che stava presso il Giordano; ed entrata in quel santuario per adorare scesi subito al Giordano e con quell'acqua santa mi lavai le mani e la faccia. Comunicai poi ai vivificanti e purissimi sacramenti di Cristo Signore nella stessa santa basilica di Giovanni il Precursore battezzatore e allora mangiai metà di un pane e bevvi dell'acqua del Giordano coricandomi per la notte sulla terra. Appena si fece luce, il mattino dopo, passai dall'altra parte..."

I pellegrini sono inoltre concordi nel ricordare nel fiume una colonna votiva che terminava con una croce di ferro. Il più esplicito è Teodosio (530): "Nel luogo dove il Signore è stato battezzato, vi è una colonna di marmo, e sulla colonna vi è infissa una croce di ferro".

Il pellegrino di Piacenza (570 ca) scrive invece di aver visto un obelisco di marmo circondato da cancelli/ balaustrata, e una croce di legno infissa nell’acqua, con una scala di discesa e di risalita dall’acqua sui lati del monumento in marmo: "Vi si trova un obelisco circondato da cancelli e nel punto dove l’acqua rifluisce nel suo alveo è posta una croce di legno dentro l’acqua su un piedistallo tutto intorno di marmo".

Il pellegrino venne al fiume il giorno della festa dell’Epifania. Assistette alla benedizione delle acque da parte di un sacerdote, e al bagno nel fiume della moltitudine dei presenti: "Tutti si immergono nel fiume per la benedizione vestiti della sindone e con molti altri oggetti che conservano per la loro sepoltura".

Giovanni Mosco ricorda la pratica devozionale del bagno, nel Pratum quando narra dell’anacoreta Giorgio giunto in Terra Santa dalle montagne a nord di Seleucia con il discepolo Taleleo ex-marinaio: "Dopo aver venerato i Luoghi Santi, discesero al Giordano e si bagnarono. Tre giorni dopo, Taleleo morì nel Signore e il solitario lo seppellì nella laura di Copratha. Poco tempo dopo morì anche l’anacoreta Giorgio, e i padri della laura di Copratha lo seppellirono nella loro chiesa".

In epoca medievale, cioè dopo la battaglia del fiume Yarmuk del 636, quando la regione era passata sotto amministrazione arabo-musulmana, è la pratica più diffusa tra i pellegrini che si recano al fiume.

Il vescovo Arculfo che vi venne verso il 670, nel primo secolo dell’Egira, si bagnò nel fiume attraversandolo a nuoto. Poté così raggiungere la chiesa sull’altra sponda che descrisse con la solita accuratezza. All’abate Adamnano che ne mise per scritto i ricordi raccontò di aver visto una chiesa praticamente in mezzo all’acqua ‘in quel luogo sacrosanto e onorabile nel quale Gesù fu battezzato da Giovanni’...All’estremità del fiume esiste una piccola chiesa quadrata costruita, secondo la tradizione, nel luogo dove furono guardate le vesti del Signore mentre riceveva il battesimo. Questa (chiesa) è poggiata su quattro supporti di pietra: trovandosi sull’acqua è inabitabile perchè le acque vi circolano sotto. Un tetto di tegole la ricopre, e, come già detto, è sostenuta da supporti e da archi. Questa chiesa si trova in fondo alla valle dove scorre il Giordano, mentre un grande monastero di monaci occupa un luogo rialzato che domina la chiesa che abbiamo descritto". Nei pressi c’era una croce di legno infissa nell’acqua che raggiungeva il collo di un uomo molto alto. Altezza che si riduceva in tempo di grande siccità fino alle mammelle. La croce spariva sotto acqua durante la grande inondazione annuale. La chiesa come la croce erano collegati alla riva occidentale da un ponte costruito su archi. L’altra sponda si trova alla distanza di un tiro di sasso lanciato con una fionda da un uomo robusto.

Il vescovo inglese Willibaldus (723-26) ricorda che nel fiume, dove il Signore fu battezzato, sorgeva una chiesa costruita su colonne non nell’acqua ma sulla sponda (est nunc arida terra). Nel fiume dove si battezzava era infissa una croce di legno. Una corda tesa tra le due sponde serviva di sostegno a chi desiderava bagnarsi nel fiume specialmente gli ammalati. Seguendone l’esempio di devozione, anche il vescovo si immerse nell’acqua.

L’abate russo Daniele (1106) trovò il convento di San Giovanni in rovine e su una piccola elevazione una piccola cappella con un altare a ricordo del battesimo, distante dal fiume quanto un tiro di una piccola pietra. Al guado del fiume gli indicarono il luogo dove i cristiani si bagnavano e bevevano dell’acqua limacciosa: "Presso il Giordano c’è il luogo dell’immersione dove si bagnano i cristiani che vi giungono, e lì si trova un guado attraverso il Giordano verso l’Arabia... l’acqua è molto torbida e dolce a bersi e chi beve quest’acqua santa non si disseta; non provoca malattie, né arreca danno al ventre dell’uomo".

In epoca crociata, Teodorico (1172) è il testimone di una devozione di massa: "Desiderando purificarci insieme agli altri nelle acque del Giordano scendemmo dopo il tramonto e sul momento di farsi oscuro, e guardando da quella altezza (dal monte della Qurantena), vedemmo che vi erano in quella pianura secondo la nostra stima, più di 60 mila persone portanti quasi tutte candele nelle mani, che i pagani abitanti la Transgiordania, certamente potevano scorgere dai monti dell’Arabia".

Una pratica che continuò anche dopo la fine delle crociate ininterrottamente fino ai nostri giorni specialmente il giorno dell’Epifania. Il bagno nel fiume era preceduto da una cerimonia che i testimoni chiamano ‘battesimo della croce’. La cerimonia consisteva nell’immersione della santa croce nelle acque del fiume. Odorico di Udine (Forum Iulii) racconta (1320): "Pellegrini e indigeni sogliono lavare i corpi e le loro vesti nelle acque del Giordano con grande devozione, perchè Cristo che in esso era stato battezzato l’aveva santificato". Ludolfo di Sudheim (1335): "Nello stesso luogo il giorno dell’Epifania tutti i cristiani e gli abitanti della regione e tutti gli indigeni convengono e la croce viene battezzata dall’arcivescovo, e tutti i cristiani si battezzano, per essere curati dalle loro infermità". Fra Francesco Suriano (1485): "Al tempo dell’Epifania, noi con tutti i cristiani del paese andammo a battezzare la croce nel Giordano, montammo le tende e cantammo le messe. Sommersa la croce nel fiume, e finito l’offizio, tutta quella gente, maschi e femmine si battezzano nell’acqua".

Una vasta documentazione grafica e fotografica moderna attesta il grande numero di cristiani che si bagnavano nel fiume prima di tornare alle loro terre di origine.

I Francescani della Custodia di Terra Santa adeguandosi alla tradizione dei cristiani locali, si recavano al fiume l’ottava dell’Epifania per la celebrazione della Santa Messa sulla sponda del fiume. Una pratica interrotta dalla guerra del 1967 che è stata ripresa nel 1985, l’ultimo giovedì di ottobre.

L’abate russo Daniele coglie il profondo significato sacramentale del gesto di immergersi nelle acque del fiume: "Dio mi ha concesso di trovarmi tre volte presso il santo Giordano e sono stato presso il Giordano proprio nella festa dell’Epifania, ho visto la grazia di Dio, che scendeva nelle acque del Giordano e una moltitudine di popolo senza numero sopraggiunto allora all’acqua; tutta la notte si canta assai e c’è un gran numero di lampade accese e a mezzanotte c’è il battesimo in acqua; allora lo Spirito Santo giunge sulle acque del Giordano e (lo) vedono gli uomini buoni, che ne sono degni, mentre la massa del popolo non vede nulla, ma c’è solo gioia e allegrezza allora nel cuore di ogni cristiano, quando dicono: "Nel Giordano ti sei battezzato o Signore", allora tutto il popolo (salta) in acqua e si battezza a mezzanotte nel fiume Giordano, come anche Cristo è stato battezzato a mezzanotte".

La basilica al di là del Giordano

La testimoniaza di Arculfo concorda con quella dell’arcidiacono Teodosio. La chiesa costruita per ordine dell’imperatore Anastasio si trovava "trans Jordanem" (al di là del Giordano). Il pellegrino la descrive come costruita in alto su grandi arconi (cameras maiores) per evitare che l’acqua del fiume durante la piena primaverile l’allagasse. Il santuario era servito da monaci che ricevavano sei solidi (monete d’oro) dal fisco imperiale per il loro mantenimento.

Concordemente con questa testimonianza, nel Calendario Georgiano della chiesa di Gerusalemme, sono ricordate tre riunioni liturgiche sulla sponda del fiume in occasione della festa dell’Epifania: il 4 gennaio per la vigilia della festa del Battesimo l’assemblea si riunisce dall’altra parte del Giordano; il 5 gennaio per la vigilia dell’Epifania sulla riva del Giordano; il 6 gennaio assemblea solenne presso il Giordano nella chiesa di San Giovanni Battista per commemorare il Battesimo, cioè nella chiesa costruita all’interno del monastero.

Il monastero di san Giovanni conosciuto in greco come il Prodromos e in arabo come Dayr Mar Yuhanna o Qasr al-Yahud, a partire dal Sesto secolo, in piedi o in rovina, diventa il punto topografico di riferimento per la localizzazione del santuario del Battesimo sul corso corrispondente del fiume. Dall’epoca medievale fino ai nostri giorni il monastero viene ricordato da tutti i pellegrini che riuscirono a raggiungere il fiume Giordano. Quando nel 1933, i Francescani costruirono un piccolo sacello sulla sponda occidentale del fiume a nord del guado di Hajlah, dove il ricordo si era spostato per comodità dei pellegrini che volevano bagnarsi nel fiume, per la localizzazione tennero presente il monastero restaurato dai Padri Greci nel 1882. In rovina dopo il terremoto del 1927, fu oggetto di lavori di nuovi restauri nel 1955. Dovette essere abbandonato nel 1967 in quanto venne a trovarsi tra il fiume e il reticolato della linea Bar Lev (sul tipo della cortina di ferro) eretta dall’esercito israeliano contro le infiltrazioni dei terroristi. La cappellina quadrangolare in pietra coperta a cupola che ora sorge sul fiume meta del pellegrinaggio annuale dei Francescani, fu costruita dalla Custodia di Terra Santa nel 1958 su disegno di Padre Virgilio Corbo.

Il santuario di Betania nel Wadi Kharrar

I pellegrini che non si fermavano al fiume e che continuavano la loro strada all’interno della piccola valle che proseguiva verso oriente, che gli Arabi chiamano Wadi Kharrar, facevano sosta presso la sorgente che sgorgava a due miglia di distanza. Qui una chiesa sull’altura vicina circondata dalle celle dei monaci della laura ricordava loro la località di Betania oltre il Giordano dove Giovanni battezzava e dove Gesù venne ad incontrarlo, come narra il Vangelo di Giovanni (Gv 1, 28).

La prima testimonianza la leggiamo nell’Itinerario del Pellegrino di Piacenza (570): "In quella riva del Giordano c’è la fonte, dove San Giovanni battezzava, a due miglia dal Giordano...intorno a quella valle una moltitudine di eremiti...E lì vicino c’è la città che si chiama Livias...".

La laura viene ricordata e raffigurata nella Carta musiva di Madaba (seconda metà del VI secolo) con il nome di Ainon e di Sapsafas (il giunco o pioppo).

Giovanni Mosco ne racconta l'origine nel primo fioretto del suo Prato Spirituale scritto nel primo decennio dell’VIII secolo.

"C'era un anziano di nome Giovanni, che viveva nel monastero di Abba Eustorgio. Il nostro santo arcivescovo di Gerusalemme, Elia, voleva nominarlo igumeno del monastero, ma lui rifiutava, dicendo: "Voglio vivere sul monte Sinai per dedicarmi alla preghiera". L'arcivescovo insisteva: avrebbe potuto andarsene al Sinai dopo essere diventato igumeno. Ma poiché l'anziano non obbediva, Elia lo lasciò andare, con l'impegno che avrebbe accettato la carica al suo ritorno.

Dopo aver salutato l'arcivescovo, l'anziano prese con sé il suo discepolo e si mise in cammino verso il Sinai. Circa un miglio dopo aver attraversato il fiume Giordano, cominciò a sentire i brividi della febbre: non era più in grado di camminare. Trovarono allora una piccola grotta e vi entrarono per far riposare l'anziano. Egli rimase nella grotta febbricitante e quasi nell'impossibilità di muoversi.

Passarono là tre giorni; poi l'anziano vide in sogno un uomo che gli diceva: "Dimmi, padre, dove vuoi andare?"

"Al monte Sinai", rispose lui, rivolto all'apparizione. "Ti prego, non andare!", disse la figura, ma non riuscì a convincerlo. Allora si allontanò da lui e gli assalti della febbre aumentarono. La notte seguente, l'apparizione gli si presentò di nuovo sotto il medesimo aspetto, dicendo:"Mio buon padre, perchè ti vuoi tormenare? Dammi ascolto, non andare via!"

"Chi sei?", gli chiese l'anziano. "Sono Giovanni Battista", gli rispose l'apparizione. "Ti sto dicendo di non andare via perchè questa piccola grotta è ben più grande del monte Sinai. Spesso il nostro signore Gesù Cristo vi è entrato per farmi visita. Dammi dunque la tua parola che resterai a vivere qui ed io ti renderò la salute".

L'anziano accettò di buon grado, promettendo solennemente che sarebbe rimasto in quella grotta. Guarì immediatamente e rimase là tutta la vita. Trasformò la grotta in una chiesa e raccolse intorno a sé un gruppo di monaci.

E' il posto chiamato Sapsafas." conclude Giovanni Mosco.L’episodio sarebbe avvenuto al tempo del Patriarca Elia (493-513) contemporaneo dell’imperatore Anastasio (491-518).

Il santuario viene ricordato da Epifanio Monaco (Sec. IX-XI) con l’aggiunta di molti dettagli: "In Transgiordania, a circa tre miglia, si trova una grotta nella quale abitava il Precursore. C’era il letto sul quale si riposava, un banco naturale ricavato dalla stessa roccia della grotta, e una piccola volta. C’è anche una sorgente d’acqua all’esterno della grotta. E sotto la volta scaturisce la fonte nella quale Giovanni il Precursore battezzava...".

Fu visitato dall’Abate Daniele che tiene a precisare che "io, per grazia di Dio ho visto tutto questo con i miei occhi d’indegno peccatore". Dopo aver descritto con molta cura la foresta di giunchi e tamerici che bisogna attraversare per giungere dalla sponda del fiume al santuario, ricorda: "Vicino c’è un luogo ad oriente, lontano quanto due tiri d’arco dal fiume, dove il profeta Elia fu rapito su un carro di fuoco. C’è anche la grotta di san Giovanni e un torrente pieno d’acqua e scorre in modo splendido attraverso la roccia verso il Giordano. Quell’acqua è molto ghiacciata e molto dolce, la bevve Giovanni il Precursore di cristo, quando viveva in quella santa grotta. Là c’è un’altra grotta meravigliosa dove visse il santo profeta Elia con Eliseo, suo discepolo".

Una descrizione simile la leggiamo in Giovanni Foca, un pellegrino greco di epoca crociata (1177): "Sull’altra sponda del Giordano, di fronte alla chiesa di San Giovanni, vi sono diversi arbusti , tra i quali alla distanza di uno stadio, si mostra la grotta di Giovanni il Battista, molto piccola, all’interno della quale una persona un po’ alta non può stare in piedi: di fronte ad essa, nel profondo deserto c’è un’altra grotta, nella quale il profeta Elia al termine della vita, fu rapito nel carro di fuoco".

La strada del pellegrinaggio in Transgiordania

La conclusione più importante che si ricava dalla lettura dei ricordi dei pellegrini è la distinzione tra il ricordo del battesimo di Gesù che si commemorava sulla sponda del fiume, e la località di Betania nei pressi della sorgente di ‘Ayn Kharrar all’origine del wadi omonimo a oriente dove sorgeva la laura di Sapsafas, nel territorio della città di Livias. I pellegrini vi giungevano da Gerusalemme percorrendo la strada che da Gerico conduceva in Transgiordania al santuario di Mosè sull’altopiano di Madaba. La strada, nota a Eusebio di Cesarea, che la usa nell’Onomasticon come punto di riferimento per localizzare i toponimi biblici della montagnadel Nebo, citandone in particolare il VI e il VII Miglio, era stata percorsa dal vescovo Pietro l’Ibero nel quinto secolo e dai pellegrini dei secoli seguenti.

Il racconto più vivo di pellegrinaggio cristiano in Arabia lungo questa strada ci è stato tramandato da Egeria che era partita dal lontano occidente nella seconda metà del IV secolo, per visitare i Luoghi Santi. Dopo tre anni di permanenza nel Vicino Oriente e dopo aver visitato i santuari del Vangelo in Palestina e i luoghi santi dell’Egitto e della penisola sinaitica, la pia e intraprendente matrona romana sentì il desiderio di completare il suo pellegrinaggio alle terre bibliche con un viaggio alla tomba di Mosè sul Monte Nebo in Arabia. Scendendo a Gerico nella depressione del Mar Morto, la pellegrina racconta di aver attraversato il fiume Giordano e di essersi diretta a Livias, dove guidata da un prete del posto, intrapprese la salita dell’altopiano che l’avrebbe condotta sul Monte Nebo percorrendo la strada che univa Livias a Esbus. Giunti al VI miglio, il prete propose di lasciare la strada e di prendere una deviazione che avrebbe permesso di visitare le Fonti di Mosè nella valle a nord del Monte Nebo.

Per i pellegrini cristiani la visita iniziava sulla sponda del fiume, dove con il Battesimo di Gesù, veniva ricordata l'ultima tappa dell'esodo biblico, cioè l'attraversamento del Giordano da parte delle tribù israelitiche e l’ingresso nella Terra Promessa. In mezzo al fiume la colonna sormontata dalla croce indicava il punto esatto del battesimo di Gesù.

La riscoperta dei due santuari

Durante l’epoca crociata, il fiume Giordano divenne confine tra il Regno Latino di Gerusalemme e il sultanato musulmano di Damasco. I pellegrini che si recavano al fiume in gruppo di parecchie migliaia, come ricorda Teodorico, protetti dai cavalieri del Tempio e dell’Ospedale, non osavano attraversare il fiume ‘per timore degli Arabi’. Restò visitabile e in vita soltanto il monastero di San Giovanni sulla sponda occidentale del fiume che dava la possibilità di accostarsi all’acqua per commemorare il battesimo di Gesù.

La scoperta della Carta musiva di Madaba nel 1897 fu l’occasione per un rinnovato interesse degli studiosi per i santuari abbandonati della sponda orientale del fiume. Nel mosaico eseguito da un mosaicista del VI secolo per decorare il pavimento della chiesa Nord della cittadina dell’altopiano nel cui territorio si trova il Monte Nebo, sul quale l’autore biblico localizza la visione di Mosè della Terra Promessa, come raccontato nel libro del Deuteronomio al capitolo 34, vengono ricordati il monastero di San Giovanni sulla sponda occidentale del fiume con la legenda in greco accompagnata da una chiesa ("Bethabara,il luogo del battesimo di San Giovanni"), e, sulla sponda opposta, la legenda ("Ainon dove ora è Sapsafas") nei pressi di una sorgente tra due arbusti.

La scoperta spinse padre Fèderlin dei Padri Bianchi di Santa Anna a Gerusalemme ad attraversare il fiume alla ricerca dei santuari dimenticati. Nell’estuario del Wadi Kharrar, il sacerdote notò e fotografò in una prima visita del 1899 la fondazione di una cappella costruita su archi che egli mise in relazione con la chiesa ricordata dal vescovo Arculfo nel VII secolo.

In una seconda visita proveniente da est, padre Fèderlin notò all’inizio della piccola valle quello che lui descrive come "una specie di promontorio di terra rossastra della forma di un mammellone...proteso verso nord nella valle". Nei resti di muri, cocci e tessere di mosaico sparse, l’esploratore riconobbe le tracce della laura bizantina di Sapsafas ricordata dai pellegrini.

Il Parco del Battesimo

Il nuovo spirito di riappacificazione che il Vicino Oriente da alcuni anni sta vivendo e la prossima scadenza del millenario cristiano hanno riportato i santuari del Battesimo all’attenzione degli studiosi delle autorità e dei pellegrini. Le autorità israeliane recentemente hanno reso più facile la visita al luogo tradizionale del battesimo. In Giordania si lavora per concretizzare un progetto voluto dal defunto re Hussein che trova gli archeologi francescani di base sul Monte Nebo professionalmente coinvolti in prima persona.

Diverse volte in anni passati avevamo chiesto alle autorità giordane di raggiungere il fiume alla ricerca dei santuari identificati da padre Fèderlin sulla sponda orientale del fiume.

La risposta dei militari di guardia al confine minato era stata sempre cortese e ferma: Non è possibile, non è ancora tempo per avventurarsi lungo il fiume. Nel 1995 la collaborazione ad una pubblicazione dedicata ai santuari musulmani e cristiani di Giordania coordinata dal Principe Ghazi Ben Muhammad nipote di re Hussein, rese tutto semplice. La visita al fiume mise in moto un processo al di là delle aspettative. Mi affido ai ricordi vissuti in prima persona.

L’11 agosto di quell’anno, un pomeriggio di venerdì, accompagnati dal principe, prendemmo la strada verso il ponte Abdallah distrutto durante la guerra del '67. Passato il posto di blocco prima di Suweimeh, l'antica Yesimot biblica nelle steppe di Moab ai piedi del monte Nebo, i soldati della scorta del principe lasciarono a me la guida. Affidandomi alle mie conoscenze letterarie e alle mappe che mi ero procurato, a circa 200/300 metri dalla sponda del fiume puntammo verso nord prendendo una strada in battuto che costeggiava una linea continua di camminamenti e torrette di avvistamento fortificati in abbandono. Giungemmo nel wadi Gharaba (Gharub, come preferiscono dire i soldati di guardia). Una breve sosta per una foto dall'alto della splendida macchia di verde, e procedemmo verso nord dopo aver attraversato la poca acqua del ruscello e la lussuriosa vegetazione di canne e di tamerici del fondovalle.

Giungemmo ad un secondo wadi infossato e invisibile nella piana di er-Ramah e di Kafrein, prima di avvicinarci al fiume. A parte due grotte nella falesa marnosa, non notammo nulla di particolare se non un mucchio di pietre tufacee squadrate ammucchiate da un bulldozer in uno spiazzo antistante l'ansa del fiume che si affaccia sul Maghtas, il luogo del battesimo di Gesù sulla sponda occidentale del fiume. La piccola edicola quadrangolare costruita da padre Virgilio Corbo per la Custodia di Terra Santa quadrangolare con la cupoletta e la croce in ferro in controluce al tramonto sui rami senza foglie di un albero rinsecchito si mutò in visione. Aprendoci un varco tra le canne, scendemmo al fiume limaccioso e quasi fermo incassato profondamente nel letto. Riprendemmo la strada del ritorno un po' delusi e scoraggiati dall'impossibilità di ritrovare resti antichi nella giungla amazzonica che è la sponda del fiume, rifugio paradisiaco, forse ancora per poco, di aironi e cinghiali.

I soldati ci invitarono al comando per un té, un momento di regrigerio nel caldo torrido della valle riflesso dalle pareti delle colline di marna. Lo sterrato passava vicino ad una specie di anfiteatro naturale dove spuntavano alcune palme. Forse la sorgente di Wadi Kharrar che andavamo cercando, uno dei due santuari che cercavamo. Ma non osammo deviare e ritardare ulteriormente il convoglio dei nostri premurosi ospiti.

Seduti sotto un grande eucaliptus tra palme secolari ricche di datteri, gli ufficiali vennero a salutare il principe in attesa del colonnello al comando del contingente. Fu questi, al suo arrivo, a chiarire i nostri dubbi e titubanze. Con molta gentilezza ci guidò di persona all'anfiteatro da noi prima intravisto. In mezzo ad una conca verde il colonnello ci indicò la meta delle nostre ricerche, una collinetta che raggiunge con la sua sommità la quota della piana sovrastante.

Tessere policrome di mosaico in situ e sparse per la china, creste di muri emergenti, cocci di ceramica inequivocabilmente romana e bizantina ci assicuravano che avevamo raggiunto lo scopo della nostra visita desiderata da anni e resa possibile dalla pace e dall'entusiasmo del principe Ghazi. Un esame dei frammenti da noi raccolti, che risultavano di tipologie ceramiche del primo secolo e alcuni frammenti di recipienti in pietra tipici dell’epoca per l’ambiente giudaico, ben noti agli archeologi, erano la prima evidenza archeologica per accreditare l’esistenza di un abitato di epoca romana nei pressi della sorgente, e per affermare che la testimonianza tardiva di epoca bizantina per l’esistenza sul posto del villaggio di Betania al di là del Giordano ricordata dal Vangelo di Giovanni poteva essere presa in seria considerazione.

Il più colpito dal nostro entusiasmo fu proprio il principe: Quando iniziamo lo scavo? Più pragmatici pensavamo alla protezione del tell e della piccola valle ancora vergine, finora protetta dai soldati e dalla segregatezza del confine di guerra, e che notavamo quasi raggiunta dalla lottizzazzione e dallo sfruttamento agricolo della valle del Giordano. Insieme cominciammo a sognare di un parco vincolato a protezione della valle, con un angoletto per un santuario musulmano (un maqam) per Yahya, il Battista del Corano, e una chiesetta per riaccogliere sulla sponda orientale del fiume i pellegrini cristiani sempre attratti dal fiume del Battista e di Gesù.

Discorrendo di progetti resi possibili dal nuovo spirito che si vive nella regione, risalimmo verso il monte Nebo che all’ora del tramonto, dopo una giornata di fuoco, mostrava il suo fascino più accattivante. Ci lasciammo con un patto di vincere sul tempo gli effetti funesti della pace anche per un luogo santo di Giordania da troppo tempo dimenticato perchè irraggiungibile. Il principe chiaramente commosso al ricordo di Gesù e del Battista che una pagina del Vangelo faceva ritrovare insieme in un angolo di Giordania, ci salutò assicurandoci che la sera stessa ne avrebbe informato lo zio. Pace permettendo, quanto prima i pellegrini avrebbero potuto almeno rivisitare i santuari sulla sponda orientale smilitarizzata.

Un sogno che si sta avverando. Un decreto emanato da Re Hussein il 10 settembre 1997, ha istituito una "commissione reale per lo sviluppo del parco del Battesimo del Signore il Messia (su di lui sia la pace) nella valle del Giordano". La commissione presieduta dal Principe Ereditario Hassan Ben Talal è composta di 10 membri. Ne fanno parte con il Principe Ghazi Ben Muhammad, diversi ministri, il Ministro del Culto Islamico, quello del Turismo e delle Antichità e il Ministro delle Acque responsabile della Valle del Giordano, il capo delle forze armate, un rappresentante del Patriarcato Greco-Ortodosso di Gerusalemme proprietario legale della valle, e un rappresentante dei Frati Francescani della Custodia di Terra Santa all’origine del progetto.

La Commissione si riunì per la prima volta in una atmosfera di grande suggestione l’11 novembre 1997 in una tenda allestita per l’occasione sulla sponda orientale del fiume Giordano, per decidere come procedere per realizzare il progetto in tempi brevi. Il governo aveva infatti scelto il fiume Giordano con i suoi santuari come simbolo della partecipazione giordana alla celebrazione giubilare: Jordan, The River and the Land of the Baptism, come recita il logo disegnato per l’occasione.

La riunione era stata preceduta dalla visita allo scavo in corso delle rovine del tell Mar Liyas nei pressi della sorgente all’inizio del Wadi Kharrar. Gli archeologi del Dipartimento delle Antichità avevano già riportato alla luce le fondazioni della laura di Sapsafas con resti di ambienti mosaicati e le cisterne per l’approviggionamento idrico dei monaci. Inoltre avevano identificato e iniziato lo scavo della chiesa fatta costruire dall’imperatore Anastasio nei pressi del fiume. Sulla sponda del fiume limaccioso per le prime piogge dei giorni precedenti, il Principe Hassan aveva ascoltato il racconto fattogli dai due religiosi presenti, il metropolita Timothy del Patriarcato Greco-Ortodosso, e il padre Piccirillo della Custodia di Terra Santa, sullo svolgimento del pellegrinaggio al fiume prima della guerra del 1967, quando il fiume divenne confine di un armistizio precario interrompendo il flusso pacifico dei pellegrini cristiani.

Preso posto sotto la grande tenda, il Principe sottolineava la novità dell’iniziativa patrocinata da Re Hussein nello spirito di riconciliazione delle tre religioni che hanno sul fiume Giordano comuni ricordi di fede. Al Ministro dell’acqua e dell’irrigazione, responsabile del fiume e della Valle del Giordano, sarebbe spettato l’onore e l’onere di realizzare l’opera desiderata entro il 2000 nel rispetto dell’ambiente naturale della valle. I cristiani presenti ringraziarono per la decisione di riaprire un luogo santo del Vangelo da lungo tempo dimenticato.

Il 1998 è stato dedicato alla continuazione dello scavo e alla ideazione e definizione del progetto del Parco affidato all’architetto Vito Sonzogni di Bergamo. Lo scavo condotto dagli archeologi del Dipartimento ha riportato alla luce sul fianco settentrionale del tell che guarda la sorgente, la cappella rupestre di San Giovanni ricordata dai pellegrini. E’ un piccolo vano rettangolare mosaicato con presbiterio quadrato sopraelevato di un gradino nel quale una iscrizione ricorda l’abate Geronzio che fece mosaicare la cappella. Nei pressi del fiume lo scavo ha evidenziato l’estensione del santuario fatto costruire al tempo dell’imperatore Anastasio. Un edificio che non ha nulla da invidiare per estensione al monastero del Prodromos che ancora sorge sulla sponda occidentale del fiume.

Il gruppo di architetti e ingegneri consigliati e coordinati dagli archeologi francescani dello Studium Biblicum Franciscanum sul Nebo ha portato a termine nei tempi previsti la progettazione del Parco del Battesimo.

Il progetto oramai in fase di esecuzione, prevede la creazione di un parco di circa 8 kmq a protezione dell’ambiente naturale dell’area con al centro il piccolo wadi Kharrar nel quale sono localizzati il santuario sulla sponda orientale del fiume e il santuario di Bethabara-Betania nei pressi della sorgente all’inizio della valle a oriente.

Michele Piccirillo
(Studium Biblicum Franciscanum)



Created / Updated Monday, March 06, 2000 at 11:55:14