Franciscan Custody of the Holy Land - 06/03/2000 info: custodia@netvision.net.il
Custodia di Terra Santa
Una Terra fatta Liturgia

La parola di Dio, già presentata dal profeta Geremia come "fuoco e come martello che spezza la roccia"(23, 29) diventa ancora più efficace quando è celebrata nei luoghi dove è fiorita. Anche la celebrazione dell’eucaristia - sublimazione di tutti i culti dell’umanità nell’atto definitivo dell’immolaizone e della mediazione del Cristo - ha una suggestione e una tensione senza confronti quando avvenga nel luogo dove l’eucaristia è stata istituita dal Redentore e celebrata dai primi cristiani presente la Madonna.

Il luogo diventa sussidio per il culto, aiuto a raggiungere una più viva e immediata partecipazioen al mistero.

Per questo, fin dal primo ecolo, i fedeli della chiesa palestinese ebbero una predilezione per le celebrazioni cultuali nei luoghi dove si erano svolti i fatti della vita di Gesù. E crearono, con precisa localizzazione e modeste strutture i santuari evangelici, santuari che suscitarono nelle comunità di fedeli geograficamente lontane una nostalgia trasformatasi, non appena possibile, in un flusso ininterrotto di pellegrinaggi.

La comunità cristiana di Nazaret pree l’abitudine di riunirsi nella casa di Maria, dove si era compiuta l’Incarnazione. I fedeli di Cafarnao si riunivano in quella di Pietro, dove Gesù veniva abitualmente ospitato durante i suoi ripetuti soggiorni in quella città. La comunità di Gerusalemme si ritrovava nel Cenacolo e nel luogo del S.Sepolcro, come hanno dimostrato amiamente le fonti letterarie e l’archeologia.

Costante è stato il desiderio dei cristiani di recarsi a pregare nei luoghi della nostra Redenzione. La storia ci ha tramandato i nomi dei pellegrini più illustri.

Giustino, Origene, Melitone di Sardi, Girolamo, Paola e Eustochio della illustre famiglia degli Scipioni, il pellegrino di Bordeaux, l’anonimo di Piacenza, S.Francesco d’Assisi, Odorico da Pordenone, S.Ignazio di Loyola e tanti altri, in tutti i tempi, sono andati e vanno in Terra Santa alla ricerca di Gesù Cristo. E spesso si stupiscono di scoprirlo nei testi della Bibbia letti e meditati nelle celebrazioni liturgiche che si svolgono nei luoghi Santi.

La pellegrina Egeria, che visitò il paese di Gesù alla fine del IV sec., ci descrive con ricchezza di particolari le funzioni a cui assistette nel suo pellegrinaggio. Sappiamo con certezza che i monaci, che popolarono le "laure" del deserto di Giuda dal secolo IV in poi, nelle maggiori solennità religiose si radunavano nei luoghi dove il mistero commemorato dalla liturgia si era svolto. La solennità del Natale richiamava a Betlemme tutti quei solitari, così come la Quaresima e la Pasqua li radunava a Gerusalemme.

Il Kalendarium Ecclesiae Hierosolymitanae del secolo IX elenca le stazioni liturgiche solite a farsi ogni giorno nelle varie chiese. Il Typicon Anastasis (secolo IX o XI) contiene la liturgia della settimana santa che si svolgeva nella basilica del S.Sepolcro.

Le numerose chiese costruite nel periodo crociato (alcuni storici dicono che fra chiese e altri edifici sacri furono circa 300) testimoniano del rigoglioso fervore liturgico sviluppatosi in quei brevi due secoli. A prestare servizio nei principali santuari furono chiamati i Canonici Regolari di S.Agostino. È facile immaginare con quanta solennità dovevano celebrarsi le ricorrenze liturgiche nella basilica del S.Sepolcro, riportata in ochi anni ad un rinnovato splendore architettonico. La vita liurgica della Galilea gravitava intorno alla stupenda basilica di Nazaret, che i Crociati avevano fatto risorgere nel luogo dell’Incarnazione.

I francescani, che dopo le Crociate presero lentamente possesso dei Luoghi Santi, ereditarono dunque una impegnativa tradizione liturgica. Ebbero subito - e mantennero sempre - coscienza del dovere di cltivare, pure con i necessari adattamenti al mutare delle situazioni, il clima spirituale di ogni santuario, di conservare alle pietre vita e parola.

Vi furono secoli nei quali la Custodia di Terra Santa non poté esprimersi se non attraverso il linguaggio della preghiera e della celerbazione. Furono periodi bui nei quali l’enorme sforzo di presenza costruttiva, l’èmpito di carità e di genialità che si espresse poi in grandi opere sociali, vennero soffocati dalle realtà storiche della Palestina, sfavorevoli ad ogni iniziativa e ad ogni sviluppo.

L’intensa vita liturgica ha addolcito la spesso dura condizione della presenza francescana in Terra Santa nei sette secoli di storia della Custodia.

Quando i frati riuscivano dopo decenni, dopo secoli, a rimettere piede su poche pietre, su un luogo dell’Antico o del Nuovo Testamento, la prima fiamma che si accendeva era quella delal preghiera. Poi veniva tutto il resto. È commovente, ad esempio, e significativa, la descrizione ingenua, ma corposa di dati e sfumature storico-culturali, del ritorno dei frati a Nazaret, nei primi decenni del 1600. Vi arrivano, in pena dominazione musulmana,tra peripezie da film giallo, stringendo un prezioso firmano, ottenuto grazie ad amicizie lungamente coltivate e a oro raggranellato a prezzo di sacrifici. Il tutto per riavere un cumulo di pietre: null’altro rimaneva dlela Grotta dell’Annuncio. I frati sono soltanto due. Arrivano il 24 marzo, ripuliscono in fretta il luogo, accendono subito delle lampade, celebrano i primi vespri dell’Annunciazione e, il mattino dopo, la messa. Annova il cronista che nella Grotta, ridivenuta luogo di celebrazione solenne (la solennità, com’è evidente, era tutta nelle intenzioni e nello "stile"!) i frati avevano anche l’unico rifugio per dormire, mangiare, vivere. Era una "liturgia viva", era una vita diventata tutta una liturgia, ed era la liturgia a ridare vita a cumuli di ruderi, che dopo secoli avrebbero rivelato l’incredibile ricchezza di quel suolo nazaretano.

Questa storia di Nazaret è simile a tante altre. Ad esempio, la lunga dolorosa vicenda al Sepolcro, al Monte Sion, a Betlemme, ad Ain Karem. Quella relativa ai luoghi dell’epopea profetica veterotestamentaria di cui è impregnata l’anima cristiana. Ed esempio il Monte Nebo. Le ripetute faticosissime campagne archeologiche ridanno alla luce un cumulo preziosissimo di reperti. E si accendono sempre (sull’impianto delle antiche basiliche, dei monasteri, dei battisteri) nella celebrazione liturgica, in cui l’antico Mosè si riallaccia nella liturgia al nuovo Mosè, quello della nuova Alleanza e della nuova Pasqua.

Insomma, la scoperta in questi ultimi decenni di fervido movimento liturgico, nella Custodia di Terra Santa è stata vissuta quasi inconsciamente, ma senza interruzione, per sette secoli. Non "riscoperta", dunque, ma vita quotidiana, esperienza mai venuta meno. La liturgia, si sa, è traduzione nella parola, nel gesto, nel canto, nel muoversi pellegrinante, dell’incarnazione; è "storia della salvezza" vivente in una "Memoria" che affonda le radici in una Terra nella quale la Liturgia è nata. In una Terra che non può essere interpretata se non in senso "liturgico". Le pagine della Bibbia (da quelle profetiche e poetiche a quelle storiche) sono nate come "memoria" liturgica di luoghi e di fatti accaduti in quei luoghi. Cantare, declamare i testi biblici o la eucologia cristiana sgorgata tutta direttamente da quei testi, è recuperare al presente una Terra che rimane tutta Tempio e Santuario della rivelazione divina.

Ogi anno, a Gerusalemme, la CUstodia edita e stmapa un piccolo Almanacco, con tanti foglietti da strappare giorno per giorno. Modesto e semplice, è na delle cose più preziose che io conosca, più evocatrici ed emozionanti. Dovrebbe essere diffuso in tutto il mondo, stare sul tavolo degli studiosi e accanto al breviario o al messale in ogni chiesa. Ogni paginetta è il diario esatto di ciò che avviene là, tra Gerusalemme e Nazaret, tra Betlemme ed Ain Karem, tra Giaffa e il Cairo e Alessandria, tra Cafarnao e il Sinai. È una specie di "Giornale dei Luoghi Santi" di una moderna Egeria! Pellegrinante e orante, curiosa e pia, colta e ammirante. Ogni giorno porta sempre indicati gli anni, le date, le celebrazioni di ben cinque calendari! È, a modo suo, una realtà di "ecumenismo liturgico" nel quale si anima il più vero ecumenismo. Accanto al calendario latino (con i Santi, soprattutto quelli palestinesi, quelli dell’ Antico Testamento) vi è il calendario ortodosso giuliano, poi quello copto (con annotazioni liturgiche di una preziosità solitament einosservata. Chi sa, ad esempio, che nel calendario copto a pentecoste si celebra il "Carnevale degli apostoli" e il giorno dopo il "Digiuno delgi apostoli"?). Poi viene il calendario islamico dell’Egira, e poi quello ebraico con tutta la ricchezza della liturgia sinagolgale che deve essere posta in relazione con la liturgia cristiana.

Nell’Almanacco (veramente sorprendente, in quanto evidenzia le sottili relazioni liturgiche che intercorrono fra le tre grandi religioni monoteistiche: cristiana, ebraica, musulmana) sono indicate, con data, luogo, ora, le "Peregrinazioni" ai Luoghi. Sono, le "Peregrinazioni", l’aspetto forse più tipico della vita liturgica della Custodia francescana. Esse sono un muoversi continuo, penoso, affaticante, mai abbandonato. Sono un modo di far rivivere della sua gloria più fulgida un angolo di terra che ora può essere oscuro e trascurato, ma possiede una preziosità incomparabile per il suo collegamento con la storia della salvezza. E ogni "Peregrinazione" è scortata da un libro liturgico proprio: splendidi libri editi lungo i secoli dalla Custodia. Sono affascinanti questi libri delle "Peregrinazioni"! I testi biblici non sono lezioni esegetiche, né vademecum archeologici. Sono null’altro che "liturgia". essi infatti sono cantati, ripetuti, rimbalzati tra i cori, celebrati con un canto che a volte è l’austero canto gregoriano, altre volte le penetranti melodie tradizionali a più voci (di anonimi, per lo più), piuttosto lente, trascinate, meditative, nate apposta per un lungo soffermarsi sui luoghi, per viverli, per guardarli con occhio sempre nuovo, per trasformarli in liturgia. Le "Peregrinazioni" sono un soffio di vita ridata a pietre, a terra, a memorie, che riprendono vita come animandosi, stillanti un canto, una tragedia, una gioia, una speranza, una promessa che sono di tutta l’umanità, per tutta l’umanità. "Peregrinazioni" a volte annuali, a volte quotidiane; e quotidiane realmente, da secli. Una fedeltà che non può essere se non ammirata; che se non durasse, ogni giorno, da secoli, bisognerebbe creare, animare. Ma la Custodia, ha tenacemente conservata questa fedeltà. Si pensi al S.Sepolcro, ad esempio. Chiunque ogni giorno dell’anno capiti là, troverà anche solo pochi frati, muniti dell’immancabile cero e del libro liturgico, muoventisi (sembra di essere ai tempi lontani di Egeria!) da luogo a luogo, come Cristo si è mosso nel suo ultimo itinerario pasquale. È facile gustare un giorno nella vita questo muoversi lento e orante; ma si pensi al dovere di compierlo ogni giorno! Nessuna forse, come questa, è una lezione urgente dello spirito vero della liturgia: un "pondus", un dovere, inteso come risosta fedele di amore all’Amore, come "liturgia" (cioè: azione) dall’uomo celebrata per rispondere alla "liturgia" del grande "Liturgo", da Lui celebrta in questi luoghi nella verità e nel "peso" della carne e della vita. E in nessun altro luogo come questo, è ravvisabile un prezioso monito a cosa sia (al di là dei discorsi astratti ed accademici) il rapporto essenziale tra liturgia e vita. Qui si è potuto vivere perché si è rimasti fedeli alla liturgia perché si è vissuto molto, intensamente, eroicamente anche. Chi oggi pellegrina cantando i "Misteri della salvezza", sa bene che lo deve a secoli di vita eni quali l’eroismo era pane quotidiano, era una cadenza "liturgica". Pagare a costo di fame e di povertà, a peso d’oro, la possibilità di entrare in una grotta, di cantarvi ilsuo segreto e ilsuo mistero, di tenervi viva la sua poesia, di illuminarla con fiaccole, di impregnarla d’incenso (questi due umili e diafani linguaggi della liturgia,di cui solo in Oriente si può ormai comprendere il delicato, necessario linguaggio!). E poi tutti gli altri linguaggi, anch’essi curati e conservati gelosamente; arrivati quaggiù da tutto il mondo: i paramenti, le lampade, i candelabri, i libri corali (al museo dello Studium Biblicum della Flagellazione ve n’è una preziosa raccolta). Essi sono disseminati in tutta la Terra Santa , e gli inizi di una raccolta di essi al convento di S.Salvatore (pur non pregiudicandone l’uso liturgico ulteriore), rivela una raccolta di valore unico e inestimabile. E poi lo strumento principe della celebrazione e della preghiera: l’organo. Ne esistono ovunque, usati ogni giorno, curati, aggiornati, ricostruiti da una officina organaria nella quale si sono succedute vere e proprie generazioni di frati organari.

Ogni frate deve saper cantare, in Terra Santa . I turni al S.Sepolcro, nelle altre basiliche, nelle peregrinazioni, esigono il saper aprire un libro corale, decifrare le note degli inni, della antifone, dei responsori. I francescani della Custodia sono ormai gli unici ch eesercitano qutidianamente, giorno e notte, una liturgia corale completa, oltre alle numerose "memorie" liturgiche sui luoghi biblici. Essi si sentono resonsabili depositari di una tradizione viva. Pur essendo gelosi custodi di tradizioni liturgiche locali, preziose euniche al mondo, in questi ultimi anni del post-Concilio, hanno avviato anche un’attività di aggiornamento complesso e delicato che permette alle folle di pellegrini di unirsi alla preghiera comune e tiene presente il problema della molteplicità di lingue, di tradizioni musicali e celebrative.

C’è un elemento tipico, in Terra Santa, che andrebbe a lungo meditato, ed è proprio dell’anima liturgica che lievita tutta la vita della CUstodia: sono quegli "hic" ("qui"), quegli "hoc" ("questo") che si introducono all’improvviso in una antifona, in un versetto. E sono piccole parole latine di un valore inestimabile, una vera chiave di interpretazione di tutto il più genuino senso della liturgia. Mi spiego: a Betlemme, a Nazaret - ad esempio -, non si canta "Verbum caro factum est" ("Il Verbo si fece carne") o "Natum est Verbum de Virgine Maria" ("È nato il Verbo dalla Vergine Maria"); ma "Hic Verbum caro factum est" ("QUI il Verbo si fece carne"), e "HIC natum est Verbum de Virgine Maria" ("QUI il Verbo è nato dalla Vergine Maria"). E quando la Peregrinazione quotidiana nei luoghi ultimi del dramma cristologico arriva alle ombre del vesro davanti all’Edicola del S.Sepolcro, il versetto squilla sempre come un annuncio evangelico nella realtà della storia: "Surrexit Christus de hoc Sepulcro. Alleluia!" ("Cristo è risorto da QUESTO sepolcro").

Rinnovando nel suo ciclo i misteri della nostra redenzione, la liturgia usa la parola "oggi" in tutte le parti del mondo: nel giorno di Pasqua dice "oggi Cristo è Risorto"; nella Pentecoste dice "oggi lo Spirito è disceso in mezzo a noi". La parola "qui" la usa soltanto in Palestina. Questo "oggi" e questo "qui" sono proclamazioni di fede, sono il nocciolo di una liturgia che in questi Luoghi diventa davvero prototipo di ogni liturgia: annuncio e lode, fermezza nella fede, fedeltà a un dato, a qualcosa che è sempre prima di noi, all’Amore incarnato, morto e risorto.

Tutto questo la Custodia di Terra Santa lo ha tenuto vivo, lo vive ancora, lo trasmette a chi va in Terra Santa.

Se non vi fossero altri motivi per apprezzare e sostenere la Custodia di Terra Santa questo solo basterebbe; perché siamo al cuore stesso delmesaggio cristiano: tenere vivo sempre, ogni giorno, "sino al suo ritorno", questo "oggi" che accoglie nel mistero liturgico, e "lì" dove esso si è imprigionato, il senso di tutta la storia e della vita di ogni uomo.



Created / Updated Monday, March 06, 2000 at 22:15:18