Franciscan Custody of the Holy Land - 06/03/2000 info: custodia@netvision.net.il

Papi e Frati Minori
al Servizio dei Luoghi Santi

"Rendiamo grazie al Dispensatore di tutte le grazie innalzandogli degne lodi perché accese tale fervoroso zelo di devozione e di fede nei nostri carissimi figli in Cristo, il re Roberto e Sancia regina di Sicilia illustri nell’onorare il Redentore e Signore Nostro Gesù Cristo, che non cessano di operare con instancabile amore ciò che conviene a lode e gloria di Dio e a venerazione ed onore del Santo Sepolcro del Signore e di altri Luoghi d’Oltremare.

E’ da poco tempo che al nostro soglio apostolico giunse la gradita notificazione del re e della regina, come essi con grandi spese e faticose trattative ottennero dal sultano di Babilonia (il Cairo) che occupa il Sepolcro del Signore e altri Luoghi Santi d’Oltremare, santificati dal sangue dello stesso Redentore, con grande vergogna dei cristiani, che i frati del vostro Ordine possano dimorare continuamente nella chiesa del detto Sepolcro, e celebrare pure solennemente là dentro Messe cantate e Divini uffici, come già si trovano in quel posto alcuni frati del detto Ordine; e oltre ciò il medesimo sultano concesse al re e alla regina il Cenacolo del Signore...e come la regina costruì un luogo (convento) sul Monte Sion...poiché da parecchio tempo ella ha inteso mantenervi continuamente a sue spese dodici frati del vostro Ordine per compiere la divina ufficiatura nella chiesa del Santo Sepolcro..."

Con la bolla Gratias Agimus emanata in Avignone il 21 Novembre 1342, anno primo del suo pontificato, Papa Clemente VI ratificava il buon esito della trattativa diplomatica condotta al Cairo da fra Roger Guerin o Guarinus, frate minore della provincia di Aquitania, presso il sultano mamelucco di Egitto an-Nasir Muhammad, dove si era recato a nome dei reali di Napoli, re Roberto di Angiò e la regina Sancia di Maiorca, ricordati nel documento papale. Il Papa si felicitava con i frati perché i reali di Napoli con ‘grandi spese e faticose trattative’ avevano raggiunto un successo vanamente sperato dal partito della riconquista armata dei Luoghi Santi ancora molto forte nella cristianità. I Reali di Napoli, terziari francescani, e fra Roger saggiamente avevano seguito la strada già tentata con il sultano del Cairo da Giacomo II d’Aragona,la strada della trattativa che avrebbe che avrebbe evitato nuove vittime e dilapidato ingenti fortune economiche. In cambio della libera navigazione commerciale nel Mediterraneo , il sultano mamelucco assicurava la riapertura delle chiese e il permesso per alcuni frati domenicani aragonesi di rientrare nella basilica del Santo Sepolcro dove già vivevano due monaci georgiani. L’esperienza durò un anno, perché i frati non resistettero ad una vita di stenti all’interno della basilica. A qualche anno di distanza i Frati Minori ritentarono la difficile avventura, questa volta con una base logistica importante. I Frati infatti avevano anche ottenuto la facoltà di comprare dei terreni nei pressi del santuario del Cenacolo e di potervi costruire un convento. Questo dava la possibilità di un necessario ricambio ai frati rinchiusi nella basilica. Il superiore della nuova comunità eretta a entità giuridica di Custodia all’interno della Provincia francescana di Soria che si estendeva territorialmente a tutto il Vicino Oriente, ebbe il titolo di Guardiano del Sacro Monte Sion. Dal sultano i frati ottennero, oltre al permesso di abitare nel Santo Sepolcro, le chiavi dell’edicola costruita sulla Tomba di Gesù, la cappella del Golgota, il Cenacolo, la Tomba della Madonna nella valle del Getsemani, e la Grotta della Natività a Betlemme.

"Qui (nella basilica del Santo Sepolcro) uffiziano i Latini, cioè i Frati Minori, ch’è di noi, Christiani latini; perché in Ieurasalem e in tutto Oltremare, cioè ìn Siria e in Israel e in Arabia ed in Egitto, non ci è altri religiosi, né preti, né monaci, altro che Frati Minori e questi si chiamano Christiani Latini", scrisse fra Nicolò da Poggibonsi, che si trovava a Gerusalemme in quegli anni, autore di una fortunata guida d’Oltremare (di cui si conoscono più di sessanta edizioni!). Entrando nella basilica di Betlehem tiene a ricordare ai suoi lettori: "La chiesa di Bethelem, la quale tengono oggi i Frati Minori di santo Francesco, che ce la donò Medephar, soldano di Babillonia (Cairo); e’ frati c’entrarono quando io era in Ierusalem".

Un risultato che veniva a coronare un interesse e amore per la terra nella quale Gesù e la Vergine Maria erano nati e vissuti dimostrato da Francesco e dai suoi seguaci fin dall’inizio dell’Ordine. Quando nel capitolo del 1217 i frati divisero in province il mondo da evangelizzare , fu creata anche la Provincia d’Oltremare o di Soria. Fra Salimbene da Parma scrisse di frate Elia: "Fu ministro della provincia ultramarina, cioè di Terra Santa o della Terra Promessa", un vasto territorio che da Costantinopoli si estendeva a tutto il Levante e perciò fu chiamata anche provincia di Romania (da Rumaioi, i Greci dell’impero bizantino). Nel 1219 anche Francesco riuscì a sbarcare in oriente, e a raggiungere nel Delta egiziano il campo dell’esercito crociato impegnato nell’assedio di Damiata. Nei pressi della città avvenne l’incontro con il sultano Malik al-Kamil, che tanto colpì i contemporanei. Il vescovo Giacomo da Vitry legato pontificio presso l’esercito ricordò l’incontro in una lettera scritta ad un referente in Francia: "Noi abbiamo potuto vedere colui che è il primo fondatore e il maestro di questo Ordine (dei Frati Minori), al quale obbediscono tutti gli altri come a loro superiore generale: un uomo semplice e illetterato, ma caro a Dio e agli uomini, di nome frate Francino (Francesco). Egli era ripieno di tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto nell'esercito cristiano, accampato davanti a Damiata in terra d'Egitto, volle recarsi intrepido e munito solo dello scudo della fede nell'accampamento del Sultano d'Egitto. Ai Saraceni che l'avevano fatto prigioniero lungo il tragitto, egli ripeteva: "Sono cristiano; conducetemi davanti al vostro signore". Quando gli fu portato davanti, osservando l'aspetto di quell'uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l'ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall'efficacia delle sue parole, e passasse all'esercito cristiano, lo fece ricondurre con onore e protezione nel nostro campo. E mentre lo congedava, gli raccomandò: Prega per me, perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita". Non fu un incontro infruttuoso, come interpretò Dante Alighieri nella Divina Commedia: "E poi che, per la sete del martiro/, nella presenza del Soldan superba/ predicò Cristo e li altri che ‘l seguiro/ e, per trovare a conversione acerba/ troppo la gente, per non stare indarno/ reddissi al frutto dell’italica erba" (Cant. XI). Fu solo l’inizio di una missione di testimonianza cristiana tra i musulmani frutto dell’intuito del santo di Assisi, e di reciproca simpatia che divenne convivenza che sarebbe durata nei secoli e che oggi ancora continua con i frati presenti in tutte le regioni del Vicino Oriente.

A differenza di Dante, il vescovo Giacomo da Vitry così ricorda l’apostolato dei Frati Minori tra i musulmani: "Va anche aggiunto che i Saraceni tutti stanno ad ascoltare i predetti frati minori mentre liberamente annunciano la fede di Cristo e la dottrina evangelica, ma solo fino a quando nella loro predicazione incominciano a contraddire apertamente a Maometto come ingannatore e perfido. Allora quegli empi insorgono contro di loro, li percuotono e li cacciano fuori delle loro città; e li ucciderebbero anche, se Dio non li proteggesse in maniera prodigiosa".

Un giudizio molto più consono con quanto si legge nella Prima e Seconda Regola scritta da francesco per i suoi frati: " Qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo...I frati...possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani...L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio Onnipotente Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore di tute le cose e nel Figlio Redentore e Salvatore e siano battezzati e si facciano cristiani... (facendosi ammazzare per amore dei loro ascoltatori, ndr). " Nel Capitolo Generale tenutosi a Montepulciano nel 1287 sotto la direzione di padre Matteo di Acquasparta, l’Ordine tenne a ricordare ai superiori provinciali "quod nullus minister scienter mittat fratres insolentes ad provinciam Terrae Sanctae". Gli attaccabrighe non erano per tale missione!

L’amore per l’umanità di Gesù Cristo e per le popolazioni che vi abitavano spinse Francesco e i suoi frati verso la Terra Santa. Non bisogna però dimenticare che se Francesco riuscì a parlare con il sultano, ciò fu possibile perché il suo interlocutore non era il ‘soldan superbo’ descritto da Dante, ma una persona dalle larghe vedute. Con lui, qualche anno dopo nel 1229 l’imperatore Federico II riuscì a siglare la pace decennale e rioccupare pacificamente Gerusalemme e Betlemme. Un sultano che ispirava il suo agire ai consigli con i quali Saladino morente, come racconta il segretario, si era congedato dal figlio el-Malek al-Zaher sultano di Aleppo: "Io ti raccomando a tutta la potenza di Dio, fonte di tutti i benefici. Fai la volontà di Dio che ti addita la via della pace. Provvedi a non versare inutilmente il sangue, poiché il sangue versato non s’assopisce mai più". Agli inizi del XIV secolo, se Giacomo II di Aragona, e dopo di lui Re Roberto e Sancia di Napoli potettero giungere ad un accordo diplomatico, il merito del buon esito della trattativa va anche al sultano al-Nasir Muhammad desideroso di assicurare ai suoi sudditi la libera circolazione nel Mediterraneo.

La costruzione del convento sul Monte Sion a Gerusalemme fu il punto di arrivo di una presenza e di un interesse che andava oltre la contingenza del momento. Le fonti francescane si dilungano a raccontare, forse con poca verosimiglianza secondo gli storici moderni, di un pellegrinaggio di Francesco ai Luoghi Santi facilitato per lui e per i suoi frati da un salvacondotto del sultano Malik al-Kamil:"Il sultano...lo invitò con insistenza a prolungare la sua permanenza nella sua terra, e diede ordine che lui e tutti i suoi frati potessero liberamente recarsi al sepolcro di Cristo, senza pagare nessun tributo". Pellegrinaggio, che secondo Angelo Clareno fu lo scopo principale del viaggio: "...Francesco partì per le regioni d’oltremare per visitare i luoghi santi, predicare la fede di Cristo agli infedeli e guadagnarsi la corona del martirio". Un accenno al sepolcro di Cristo lo leggiamo in uno degli scritti di Francesco, la Lettera ai reggitori dei popoli: "Udite, fratelli miei...se è venerato il sepolcro, nel quale per qualche tempo egli giacque, quanto deve essere santo...colui (sacerdote) che lo accoglie nelle proprie mani..."

Sempre le fonti francescane ricordano, oltre al Beato Egidio che andò pellegrino in Terra Santa nel 1215 !, il beato Pellegrino de domo Falleronis che "si recò a Gerusalemme a visitare i luoghi sacratissimi del Salvatore nel 1222 spinto dall’amore di Cristo e infiammato dal desiderio del martirio, portando con sé il solo volume del Vangelo". Fra Cesario da Spira, predicatore nell’esercito crociato, al quale dobbiamo gli uffici liturgici della festa di San Francesco, entrò nell’Ordine quando già si trovava in oriente, dove fu anche ricevuto fra Andrea di Acco! Nella città-porto nuova capitale del Regno Latino dove giunsero nel 1229 due frati inviati da Papa Gregorio IX per mettere al corrente il patriarca Geraldo di Losanna dell’avvenuta scomunica di Federico II. In una lettera al papa il patriarca racconta che il giorno delle Palme, che quell’anno cadeva l’8 aprile, l’imperatore si vendicò ordinando ai suoi soldati di tirare giù dal pulpito i frati domenicani e francescani e di farli flagellare pubblicamente. L’anno dopo il papa indirizzò al patriarca una lettera conservata nell’archivio storico della Custodia di Terra Santa nella quale gli si chiedeva di autorizzare i Frati Minori a costruire oratori e conventi nel territorio di sua giurisdizione. Ciò che fecero perché il 21 marzo 1245, Papa Innocenzo IV inviò la bolla "Cum hora undecima" da Avignone "ai Frati dell’Ordine dei Frati Minori che partono per le terre dei Saraceni, Pagani, Greci, Bulgari, Cumani, Etiopi, Iberi, Alani, Gazari, Goti, Zichi, Ruteni, Giacobiti, Nubiani, Nestoriani, Georgiani, Armeni, Indi, Mosoliti, e di altre nazioni infedeli dell’Oriente..." concedendo loro le opportune facoltà per poter svolgere bene la loro missione. Nel 1246 il soldano d’Egitto inviò una lettera a papa Innocenzo IV utilizzando come corriere un frate minore presente nel suo territorio. Prima del 1291, anno del definitivo abbandono degli avamposti crociati in Terra Santa, conventi dei Frati Minori sono attestati a Acco, Tripoli, Tiro, Antiochia, Sidone, Giaffa e Gerusalemme.

Le cronache dell’Ordine ricordano le successive sconfitte crociate seguite dalla caduta di Asdud nel 1265, di Antiochia e di Giaffa nel 1268, di Tripoli nel 1289, e di Acri nel 1291. Un frate minore fu decollato a Asdud dopo aver accompagnato al martirio duemila cristiani, quattro frati minori furono decollati nel 1266 dopo la presa del castello di Safed in Galilea insieme a tutti i cavalieri Templari tra i quali erano stati inviati come cappellani, due conventi furono distrutti a Antiochia, frati furono uccisi a Tripoli, altri 14 furono messi a morte a Acri (oltre alle 74 clarisse).Malgrado questa carneficina, troviamo fra Fidenzo da Padova, al tempo superiore della provincia d’Oltremare, spostarsi liberamente nel territorio musulmano e perfino accompagnare per vari giorni a cavallo l’esercito vittorioso su tutti i fronti di Bibars e di Kalaun, come racconta egli stesso nell’opera De Recuperatione Terrae Sanctae, commissionatagli da Papa Gregorio X nel 1274 durante il Concilio di Lione, e terminata al tempo di Papa Nicolò IV francescano.

L’isola di Cipro fu la base di partenza della riconquista francescana della Terra Santa che condusse alla costruzione del convento del Sion base operativa di importanti missioni papali per la riunione delle chiese. Qui giunsero i frati, nunzi papali, come il Beato Alberto da Sarteano, Commissario Apostolico, che prepararono e resero possibile il Concilio di Firenze che si concluse il 6 luglio 1439 in Santa Maria del Fiore con la proclamazione dell’unione della chiesa greca con la chiesa latina alla presenza del papa e dell’imperatore bizantino. "Al Guardiano e al convento dell’Ordine dei Frati Minori e agli altri fedeli cristiani presso il Monte Sion in Siria" è indirizzata la bolla "Gloria in Altissimis" di Papa Eugenio IV, datata 7 luglio, nella quale si annuncia il lieto evento vissuto dalla Chiesa, avvertendo che seguirà l’invio del decreto dell’Unione in greco e in latino, "affinché se ne possano rendere conto più compiutamente". Il Padre Guardiano del Monte Sion, al tempo padre Gandolfo di Sicilia, fu una delle 14 personalità alle quali fu inviata la Bolla, anticipando il titolo che de facto gli fu dato nel novembre del 1444 di "Commissario Apostolico nelle parti orientali, dell’India, Etiopia, Egitto e Gerusalemme". Padre Felice Fabri, domenicano, che giunse a Gerusalemme verso il 1480, poté scrivere che "il Papa suole frequentemente istituire il Guardiano del Monte Sion quale provveditore di tutto l’Oriente per la Chiesa Latina che ivi si trova".

A Gerusalemme giunsero successivamente, il decreto in latino dell’unione con gli Armeni "Exultate Deo" emanato a Firenze il 22 novembre 1439, la bolla "Per haec proxima" emanata a Firenze il 16 dicembre 1441, con la quale Papa Eugenio IV invita i Nestoriani all’unione con la chiesa romana e presenta i suoi due legati, padre Antonio di Troia e padre Pietro di Ferrara, Frati Minori, Commissari Apostolici in Oriente, e il decreto in latino dell’unione con i Copti "Cantate Domino" del 4 febbraio 1442, missione felicemente compiuta dal Beato Alberto da Sarteano con il quale collaborò come interprete padre Pietro Cathelano guardiano del convento di Beirut.

Guardiano del convento del Monte Sion, perciò Custode di Terra Santa, fu padre Francesco Suriano, veneziano, in un periodo particolarmente difficile vissuto dalla comunità francescana in Terra Santa. Nato a Venezia, giovanissimo accompagnò i suoi familiari nei viaggi per i diversi porti del Mediterraneo orientale. Egli stesso racconta che prima di farsi frate, all’età di 25 anni, aveva partecipato a 16 viaggi. Era stato a Lepanto, Beirut, Alessandria di Egitto, Algeri, Tripoli, Gaza. Entrato nella provincia francescana dell’Umbria, dieci anni dopo nel 1480 (era l’anno della presa di Otranto da parte dei Turchi e del massacro di 12.000 abitanti della citadina pugliese), fu inviato in Medio Oriente come guardiano del convento di Beirut. Nel 1483 fu trasferito a Gerusalemme nel convento del Monte Sion. Da un testimone oculare che viveva in quel convento, raccolse il racconto della prima missione dei Frati Minori di Terra Santa in Abissinia. Nel 1484 tornò in Italia e scrisse la prima relazione della sua permanenza in oriente.

Nel 1493 fra Francesco fu eletto Guardiano del Monte Sion. Il suo compito principale fu quello di assicurare alla comunità dei frati la protezione delle autorità mamelucche egiziane, approfittando della sua amicizia personale con l’Amir Isbek presso il sultano Kaietbei del Cairo. Fu un periodo di relativa calma che terminò tragicamente nel 1510, quando una piccola flotta dei Cavalieri di Rodi riuscì a sconfiggere pesantemente nel porto di Giaffa la flotta egiziana e turca. Il sultano Kansu per rappresaglia gettò in prigione tutti i frati e i mercanti occidentali presenti nel suo territorio, confiscandone i beni, le navi ai mercanti, i conventi ai frati. Fra Francesco si trovò tra i frati che scontarono due anni di duro carcere al Cairo. Dopo un po’ di tempo quattro frati furono inviati dal sultano come ambasciatori, due alla corte di Francia, due a Rodi presso i Cavalieri per chiedere la restituzione delle navi e dei prigionieri. Dopo un vano tentativo della diplomazia francese, l’ambasciatore veneto riuscì ad ottenere la liberazione dei prigionieri e la restituzione dei conventi saccheggiati.

Nel 1512, fra Francesco fu rieletto custode di Terra Santa. La sua azione si concentrò sulla difesa dei diritti dei frati nella basilica del Santo Sepolcro messi in discussione dai monaci Georgiani. Nel 1514 il sultano giudicò in favore dei diritti dei Francescani sulla cappella del Calvario superiore e inferiore. Terminati i tre anni del suo ufficio, il Papa inviò fra Francesco per due volte in Libano come Commissario Apostolico presso i Maroniti precedentemente riportati nella chiesa cattolica grazie all’azione di un altro francescano, fra Grifone. Tornato in Italia, riscrisse e aggiornò il Trattato di Terra Santa e dell’Oriente, che fu stampato nel 1524 a Venezia.

In questo convento abitò per lunghi anni fra Giovanni di Prussia, cavaliere tedesco che viveva con i frati, descritto da padre Felice Fabri come "un uomo rispettabile, procuratore dei frati del Monte Sion, vestito dell’abito del terzo ordine di San Francesco, nobile di origine, di alta statura, con barba, e venerando di aspetto che ha autorità dal signor papa e dall’imperatore di creare cavalieri i nobili pellegrini al santo Sepolcro. Una persona noto anche al sultano che lo ha in grande venerazione". Da fra Giovanni la facoltà più o meno arbitraria di creare i Cavalieri del Santo Sepolcro, passò successivamente ufficializzata dal papa al Padre Guardiano del Monte Sion al quale restò fino al 1848.

Nel convento i frati ospitavano i pellegrini di ogni condizione che si recavano a Gerusalemme accompagnandoli nella visita dei Luoghi Santi.

Il convento dei Frati della Corda, dove risiedeva il Padre Custode e dove si recavano i pellegrini in visita ai Luoghi Santi, restò fuori delle mura della città ricostruite da Solimano il Magnifico nel 1542, dopo che la Terra Santa dal dominio mamelucco di Egitto era passata sotto la dominazione turca. Del convento faceva parte la chiesa del Cenacolo e la cappella sottostante nella quale era venerato un cenotafio indicato dalla pietà francescana come la Tomba del Re Davide,che fu all’origine delle malversazioni che condussero all’espulsione dei frati dal convento.

Le Cronache di Terra Santa così raccontano uno degli episodi più dolorosi della presenza francescana a Gerusalemme, la cacciata dal convento del Sion nel 1551: "Essendo andato il Padre Guardiano nella città di Aleppo per far confermare alcune scritture dal Gran Visir che ivi risiedeva, dubitando il Santone che fusse andato contro di lui, volse con molta sollecitudine prevenire. Onde informato i più principali della città di Gerusalem come habitando i Frati fuor di essa, in Monte Sion, la città se ne stava in molto pericolo d’essere da loro un giorno tradita e data in mano ai Franchi, accertandoli aver con li suoi propri occhi più volte veduto non pochi personaggi grandi d’Europa, vestiti da peregrini e ben’armati, quali erano ivi non per devozione ma per spiare e ben informarsi da qual luogo si potesse agevolmente prendere la città; e che forse di notte avevano introdotto nel convento armi e provvisioni per tal effetto. Oltre al poco rispetto e riverenza che al santo Profeta Davide portavano passando e passeggiando avante quella sepoltura, in dispregio di quel Santo e dei Turchi.

Con queste e altre apparenti ragioni, talmente le dispose, che ottenutone da loro sufficienti scritture, conforme al suo desiderio, e inviatosi a Costantinopoli, ottenne in virtù di quelle un rigorosissimo comandamento, diretto al Cadì e al Sangiacco di Jerusalem con ordine che in riceverlo, avessero tosto senza dimora e tergiversazione veruna scaciati via i Frati dal convento e chiesa di Monte Sion e l’avessero provvisti di altra abitazione dentro la città, se pur non si fusser contentati abitar nella chiesa del Sepolcro o in quella di Betlemme.

Furono i frati chiamati in divano (cioè in giudizio), i quali inteso il tenor del comandamento, pregarono il Cadì a differire la sua esecuzione sin al ritorno del loro padre Guardiano, poiché non stava bene far notabile novità in sua assenza.

Aspettò volentieri il Cadì il ritorno del Guardiano, qual benché si fatigasse al possibile con grosse profferte di denaro d’impedire tale esecuzione , fu nondimeno nell’anno 1551 promulgata la finale e definitiva sentenza che li frati consignassero al Santone del Monte Sion tutta la chiesa e il convento e si ritirassero nel Santo Sepolcro e in Betlemme, in sin che si fussero provvisti d’altra abitazione dentro la città.

Chi potria mai spiegare a sufficienza le lagrime, i singulti, e cordoglio dei proveri frati? Quali furono contro lor voglia sforzati sbrigar il convento e ritirarsi con le loro robbe in una picciola e stretta abitazione ivi vicina, chiamata da Neemia Torre del Forno, dove abitaron con molte pene e angustie per spazio di otto anni, finché non si procurarono a loro spese il convento di San Salvatore, dove al presente dimorano. E quel Santo Luogo in sin al presente se ne sta moschea e abitazione dei Turchi...né si permette che li frati e pellegrini vi entrino più per visitarlo, riverirlo e adorarlo, conforme quel sacro luogo richiede".

Questo trasloco forzato avvenne al tempo del padre Bonifacio da Ragusa (Dubrovnik) in Dalmazia, che fu custode di Terra Santa per undici anni dal 1551 al 1560 e poi dal 1562 al 1564. Di lui si ricorda, in quegli stessi anni di tribolazione, il restauro dell’edicola del Santo Sepolcro che portò a termine nel 1555 dopo un intenso impegno diplomatico condotto di persona con viaggi in Europa, a Costantinopoli e in Persia, per avere aiuti economici dalle potenze occidentali, e i necessari permessi delle autorità turche. La sua opera più famosa, di contenuto liturgico descrittivo, si intitola Liber de perenni Cultu Terrae Sanctae et de eius fructuosa peregrinatione edita a Venezia nel 1573.

La nuova dimora, un piccolo monastero di monache georgiane chiamato Dayr al-Amud (il Convento della Colonna) nell’angolo di nord ovest all’interno della città, divenne il Convento di San Salvatore sede del Guardiano del Monte Sion fino ai nostri giorni. Il piccolo convento divenne con il tempo un centro autosufficiente all’interno della città, come il vicino convento dei Padri Greci Ortodossi e quello armeno nei pressi della Porta di Sion.

Una minuziosa descrizione del convento di San Salvatore, la scrisse nel 1700 padre Elzeario Horn, organista del Santo Sepolcro, con la chiesa e la sacrestia, la biblioteca conventuale, la farmacia famosa in città, la cucina con la cantina e il refettorio, la parrocchia e la scuola parrocchiale che davano istruzione e le officine che davano lavoro ai cristiani della città, per passare all’accoglienza dei pellegrini nella foresteria, alle diverse mansioni dei frati della comunità, di parroco, predicatore, cerimoniere, corista, interpreti e ai frati guida dei pellegrini.

Fu l’attività al servizio dei santuari che animò le giornate di questi frati. Qui vissero padre Antonino De Angelis che al termine delle sue indagini pubblicò a Roma nel 1578 una mappa di Gerusalemme precisa nei dettagli topografici, e l’architetto padre Bernardino Amico di Gallipoli che rilevò con misure la basilica del Santo Sepolcro e quella della Natività a Betlem, la chiesa costruita dai Crociati sulla tomba della Madonna al Getsemani, la chiesa e il convento del Cenacolo e altri santuari ancora in piedi. I suoi disegni incisi dal Tempesta e dal Callot furono pubblicati in un’opera di grande interesse antiquario edita a Roma nel 1610 e a Firenze nel 1620, Il Trattato delle Sacre Piante che fece conoscere i santuari nella loro realtà architettonica, secoli prima dell’arrivo in Terra Santa del disegnatore David Roberts. Nel convento dimorò per più di 13 anni padre Francesco Quaresmi di Lodi, considerato il padre della palestinologia moderna, che qui scrisse l’Elucidatio Terrae Sanctae pubblicato in due volumi ad Anversa nel 1639. Una attività culturale che preparò il lavoro dei confratelli archeologi dello Studium Biblicum Franciscanum creato dalla Custodia agli inizi del 1900.

Dal convento del Sion, e successivamente da quello di San Salvatore, i frati approfittarono di ogni occasione propizia per entrare in possesso di altri Luoghi Santi in Gerusalemme e in tutta la Terra Santa da ricostruire e conservare. Un’operazione di pazienza, di costanza, di appoggi politici delle nazioni cattoliche, di sacrifici sopportati, e di ingenti spese che lungo i secoli hanno creato il patrimonio della Chiesa cattolica in Terra Santa. Nel 1347 i frati entrarono in possesso della basilica della Natività (dalla quale furono espulsi nel 1757 secolo), nel 1375 della chiesa di San Nicola detta Grotta del Latte a Betlem, nel 1392 della Grotta del Tradimento di Giuda nell’Orto del Getsemani, nel 1620 ebbero in dono dall’Emiro del Libano e di Galilea Fakhr ed-Din la Grotta dell’Annunciazione a Nazaret con le rovine della basilica crociata, nel 1631 l’Emiro aggiunse la montagna del Tabor con le rovine della basilica della Trasfigurazione, nel 1621 le rovine della chiesa di San Giovanni in Ain Karim, nel 1661 parte dell’Orto del Getsemani, nel 1894 le rovine del villaggio di Cafarnao, fino al 1932 quando, grazie ai buoni uffici dell’Emiro Abdallah, poi re di Giordania, la Custodia poté entrare in possesso delle rovine del Memoriale di Mosè sul Monte Nebo, e al 1936 anno nel quale fu ricomprato un angolo dell’antico orto del convento del Sion nei pressi del Cenacolo...in attesa che il convento e la chiesa vengano restituiti ai legittimi proprietari. Migliaia di documenti legali, firmani, capitolazioni, hoggeh, emanati dall’autorità civile sono gelosamente custoditi nell’Archivio storico della Custodia a comprova di diritto.

I Francescani della Custodia di Terra Santa sono i conservatori, a nome della Chiesa Cattolica per mandato papale di un patrimonio di fede e di cultura - i santuari di Terra Santa. Per secoli da facto i Francescani sono stati con i mercanti dei fondaci gli unici rappresentanti, per Francesco di Assisi testimoni, della cristianità europea nel Vicino Oriente, tramite di due mondi in qualche modo contrapposti ideologicamente. Una missione primariamente di natura religiosa nata e nutrita dallo slancio profetico di San Francesco che nei secoli di mezzo ha avuto anche un valore forse politico, ma che per noi oggi ha anche un grosso valore culturale che sarà doveroso per lo studioso attento tener presente nella sua ricerca alla riscoperta delle possibili vie di contatti pacificatori.

Michele Piccirillo
Studium Biblicum Franciscanum



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