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Il monte della Trasfigurazione

(Michele Piccirillo, ofm)

Il Vangelo non dice dove il Signore si trasfigurò. Accenna soltanto ad una “alta montagna” della Galilea (Mc 9,2; Mt 17.1) che nella seconda lettera di Pietro, dove l’episodio è di nuovo ricordato, diventa con chiaro riferimento teologico, la “santa montagna” (2Pt 1,13-18). Ma la tradizione della comunità cristiana di Palestina, fin dai primi secoli, ha dato un nome a questa montagna precisando che si trattava del Tabor. Nel “Transito della Beata Vergine Maria” uno dei tanti apocrifi relativi alla morte e assunzione della Madonna il cui nucleo è da datarsi al II-III sec. D.C., si narra che giunta l’ora del transito della Vergine, scese Cristo dal cielo con una moltitudine di angeli e accolse l’anima della sua diletta madre: “E fu tanto lo splendore di luce e il soave profumo scrive l’autore che tutti quelli che erano là presenti caddero sulla loro faccia come caddero gli Apostoli quando Cristo si trasfigurò alla loro presenza sul monte Tabor. Così pure leggiamo nell’Apocalisse apocrifa di S. Giovanni il Teologo: “Ascese al cielo il Signore nostro Gesù Cristo, io Giovanni, mi recai solo sul monte Tabor, là dove già ci aveva mostrato la sua divinità immacolata”. Tradizione fissatasi definitivamente nel IV sec. e generalizzata dalla liturgia. La Chiesa siriana ricorda la festa della Trasfigurazione come la festa del monte Tabor. Lo stesso si dica della liturgia della Chiesa Bizantina nella quale la festa è conosciuta con il nome di “To Taborion”.

La vigilia del 6 agosto, data accettata in tutta la chiesa orientale e occidentale per la celebrazione liturgica a ricordo della Trasfigurazione, molti fedeli di Nazaret e della Galilea salgono il monte per passarvi la festa. In una fresca sera di agosto l’ascensione a piedi diventa quasi una necessità. C’è perfino chi preferisce abbandonare la carrabile tutta tornanti, costruita all’inizio del secolo dai Francescani e prendere la montagna di petto, per i ripidi sentieri che si inerpicano in mezzo al bosco di lecci, di pini e di carrubi. Il luogo è unico e invita a simili “pazzie”.

Su questa montagna un giorno Gesù condusse i suoi discepoli prediletti. Leggiamo il racconto nella parafrasi dell’Apocalisse apocrifa di Pietro: “Poi, il mio Signore Gesù Cristo, nostro re, mi disse: Andiamo sul monte santo. I suoi discepoli camminarono con lui pregando. Ed ecco che colà c’erano due uomini. Noi non fummo capaci di fissare il volto di nessuno di loro. Una luce vi si sprigionava più fulgida del sole”.

Il Tabor è situato all’estremità della pianura di Esdrelon a circa 20 km a sud ovest dei lago di Tiberiade e a 7 km a sud ovest di Nazaret, in linea d’aria, e si erge solitario sulla pianura (660 m di altezza). La sua importanza strategica, il verde che lo ricopre, la sua singolarità e il colpo d’occhio che dalla vetta si gode sulla regione circostante, hanno sempre affascinato il viaggiatore e il pellegrino e non poteva restare sconosciuto nella storia del popolo eletto.

Il Salmista (89,13) cita il Tabor e l’Ermon per esemplificare la magnificenza di Dio nella creazione. Il profeta Geremia, parlando della potenza di Nabucodonosor, re di Babilonia, lo dice stabile e sicuro come il Tabor tra i monti (Ger 46,18). Stando alla testimonianza di antichi scrittori come Flavio Giuseppe ed Eusebio, il Tabor era uno dei termini settentrionali della tribù di Issacar che comprendeva così nel suo territorio la Galilea meridionale (Gios 19,22). Come piazzaforte militare viene ricordata nei libro dei Giudici. Barak, della tribù di Neftali, per suggerimento della profetessa Debora, prende l’iniziativa contro Sisara, generale dei re cananeo di Hazor, e dal Tabor dove ha radunato i suoi uomini, si precipita sul nemico e lo mette in fuga (Giud. 4,1ss).

Ritorna inaspettato nella storia di Gedeone, della tribù di Manasse, che libera gli lsraeliti dall’oppressione dei Madianiti in due campagne vittoriose: la prima in Cisgiordania, la seconda in Transgiordania. In questa vengono catturati anche i due capi nemici, Zebac e Salmana. Gedeone li uccide perché avevano trucidato “spiega l’autore” i suoi fratelli sul monte Tabor (Giud. 8,18).

Alcuni commentatori suppongono che il Tabor sia la montagna sulla quale la tribù di Zabulon e di Issacar invitano i popoli ad offrire sacrifici di giustizia (Deut 33,18). Una supposizione che sta all’origine dell’opinione di alcuni rabbi giudei, secondo i quali il Tempio doveva essere costruito sul Tabor, se un espresso comando di Dio non avesse stabilito altrimenti: Nel Targùm di Gerusalemme (Giud 5,5s) è immaginato il Tabor che grida all’Ermon (ben oltre i 2000 m!): “E’ su di me che Dio ha stabilito la sua gloria; è a me che essa appartiene di pieno diritto. Quando all’inizio, ai giorni di Noè, il diluvio copriva tutte le montagne, i suoi flutti non passarono né sulla mia testa, né sulle mie spalle. lo sono dunque più elevato di tutte, ed è mio privilegio legittimo di offrire a Dio il luogo dove Egli discende”. Di più alcuni opinano che il Tabor fosse stato il primitivo santuario delle tribù del nord, diventato in seguito luogo di culti idolatrici. Ipotesi basata sul testo di Osea 5,1 in cui il profeta rimprovera i capi dei popolo, sacerdoti e casa regnante, perché venendo meno al loro dovere, hanno tollerato i culti illeciti a Mizpa e sul Tabor, divenendo così un laccio per Israele.

Sulla vetta ben presto i cristiani costruirono tre cappelle, lí dove, come nota un pellegrino del V sec., Pietro pieno di entusiasmo aveva gridato al Signore: “Signore è bene per noi stare qui. Se vuoi, farò qui tre tende: una per te, una per Mosè ed una per Elia”. Distrutte, ricostruite diverse volte attraverso i secoli, oggi sono incorporate nella degna basilica costruita agli inizi del secolo dall’architetto romano Barluzzi, dove noi abbiamo la possibilità oggi di raccoglierci in preghiera.

Scendiamo nella cripta dove dei mosaici illuminati dal sole, che filtra attraverso la vetrata dell’abside, ci ricordano le altre gloriose e misteriose trasfigurazioni dei Signore: la nascita, l’Eucarestia, la morte e la resurrezione. In questo tripudio di luce e di colori rileggiamo le belle pagine che i Padri hanno scritto su questo episodio in una prospettiva di consolazione e di fiducia cristiana. La Trasfigurazione è per essi l’anticipazione dei ritorno dei Signore all’ultimo giorno, un motivo di speranza. Scrive Origene: ‘”La Trasfigurazione è simbolo di ciò che avverrà dopo il mondo presente”. In Cirillo di Alessandria leggiamo: “Poiché avevano udito che la nostra carne sarebbe risorta, ma non sapevano in che modo, trasfigurò la sua carne per proporre l’esempio dei suo cambiamento e per rafforzare la nostra speranza”. Sempre in questa prospettiva la liturgia bizantina della festa si rivolge al Signore con queste parole: “Per indicare lo scambio che faranno i mortali con la vostra gloria, Salvatore, al tempo della vostra seconda e spaventosa venuta, voi vi siete trasformato sul monte Tabor”.

Il testo più semplice e bello che compendia la speranza cristiana anticipata in questa festa, resta una nota marginale all’Apocalisse apocrifa di Pietro: “Nostro Signore fece vedere nella Trasfigurazione a Pietro Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, le vesti degli ultimi giorni quando avverrà la resurrezione dell’ultimo dì”.


Michele Piccirillo

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Created/Updated July , 2005 at 18:22:04 by John Abela ofm ,E. Alliata, E. Bermejo, Marina Mordin
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