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L’EPOCA ROMANO-BIZANTINA

(Teresa Petrozzi)

Al periodo burrascoso seguì un periodo di pace durante il quale vennero costruiti sul monte monasteri e chiese in memoria della Trasfigurazione. Le fonti letterarie sono abbastanza ricche di informazioni generali. S. Helenae et Constantini Vita, documento pervenutoci in copie dell’XI-XII sec., ma probabilmente composto verso la metà del VII sec., riferisce che S. Elena salì sul Tabor e che, dopo aver cercato e trovato il luogo dove era avvenuta la Trasfigurazione, vi fece erigere una chiesa in onore del Salvatore e dei tre Apostoli. La notizia fu ripresa da Niceforo Callisto (PG 146,113). Potremmo trovare una conferma indiretta in Epifanio, Monaco: pur non accennando a costruzioni di S. Elena, egli dice che esisteva una scala di 4340 gradini che andava dalla valle alla cima del monte (PG 120,272). Epifanio - il primo autore di lingua greca che, a quanto risulti, abbia composto una relazione sui Luoghi Santi - scriveva nel 750-800 basandosi su documenti anteriori e probabilmente diceva il vero. Anche sul Monte degli Olivi una scalinata di 800 gradini, ritenuta opera di Costantino, saliva dalla valle del Cedron fino al luogo dell’Ascensione di nostro Signore.

Agli inizi del VI sec. esisteva già una diocesi del Tabor. Al sinodo di Gerusalemme del 518 un vescovo firmò in greco scritto con caratteri latini. Tale firma risultava illegibile ai copisti degli atti dei concili e fu tralasciata o ricopiata soltanto in parte, così che il nome della sede andò perso. Nel 1940 Schwartz riuscì a decifrare la firma: Prestutus episcopos tou hagiou orous Thabor, Prestuto vescovo del santo monte Tabor. Di conseguenza risultava che la diocesi del Tabor era una delle più antiche della valle di Esdrelon.

Può darsi che la chiesa costantiniana sia stata demolita per far posto alla cattedrale e a due cappelle. L’Anonimo di Piacenza (570) vide tre edifici sacri e un secolo dopo Arculfo parlò di un grande monastero, di tre chiese e di molte celle abitate da monaci. Oltre che sulla cima del Tabor, religiosi vivevano anche su un monticello ad est dell’attuale basilica, dove l’arch. Barluzzi rintracciò nel 1921 una cella ed i resti di una cappellina.

Una omelia in armeno sulla Trasfigurazione, datata ca 630, secondo alcuni autori datata al V sec. e attribuita ad Eliseo Vardapet, dà ampie notizie sulla vita degli eremiti.

Quando il testo fu redatto la comunità contava moltissimi membri che vivevano più con lo spirito che con il corpo. Distaccati da tutti i desideri umani, non accettavano oro o argento o indumenti o quanto è necessario per il fisico. Vestiti di pelli, lavoravano in silenzio il terreno con zappe di legno, seminavano grano, orzo ed altri cereali e, arrivato il raccolto a maturazione, trebbiavano a vento. Nessun quadrupede era ammesso sul monte. Con i giunchi intessevano ceste e stuoie. Il cibo era ridotto al minimo: pane e acqua leggermente salata che chiamavano ambrosia, pochissimo olio, niente vino. L’olio era riservato alle lampade che ardevano continuamente nelle tre chiese ed il vino era riservato al calice della Messa. Non avevano medicine per i malati ne provviste speciali per gli ospiti. L’unico lusso che si concedevano era l’infuso di un’erba, detta niv, sale e issopo, che bevevano nei giorni più caldi. A questa austerità molti aggiungevano lunghi digiuni. Le privazioni peraltro non indurivano il cuore degli eremiti, i quali dedicavano ai confratelli vecchi e infermi - che chiamavano angeli - le attenzioni che negavano a se stessi. La mancanza di cibo corporale era ampiamente bilanciata dalla ricchezza del cibo spirituale. Ogni giorno i monaci recitavano i 150 salmi e leggevano la Sacra Scrittura; per le orazioni del mattino e della sera si riuniva tutta la comunità e dei sacerdoti, secondo un turno stabilito, continuavano l’officiatura nelle tre chiese di giorno e di notte.

Si trattava quindi di eremiti acèmeti, gli insonni, che pregavano ininterrottamente.

Il testo distingue tre edifici sacri: uno grande, chiamato chiesa del Signore, e due più piccoli, detti Martyria, dedicati a Mosè e ad Elia, dove erano conservate le reliquie degli Apostoli che avevano assistito alla Trasfigurazione.

L’uso di conservare reliquie in un martyrium, cioè in un piccolo loculo dell’altare o in una cameretta sottostante l’altare, risale al IV sec. In Siria e in Palestina spesso le reliquie erano poste in cappelle costruite vicino ad una chiesa: così era stato fatto sul Tabor.

Il testo di Vardapet non specifica se gli eremiti erano di rito latino (Benedettini?), greco o armeno. Probabilmente monaci di riti diversi vivevano insieme sul Tabor come in molti altri luoghi. Quasi certamente il vescovo Prestuto era latino; il pellegrino armeno Anastasio ricorda il monastero del Tabor come uno dei 15 stabilimenti restati agli Armeni dopo la conquista araba e un documento, citato da Alt e da Beyer, enumera fra le diocesi greche esistenti prima delle Crociate, quella del Tabor.

Soltanto un nome dei monaci del Monte Santo è arrivato fino a noi: Damiano, nativo della Siria, il quale si trasferì in Egitto e divenne nel 578 vescovo di Alessandria.

Nell’VIII sec. esistevano in Europa eulogie del Tabor. Probabilmente esse erano state portate o raccolte da S. Angilberto, uno dei principali ausiliari e confidenti di Carlomagno e discepolo di Alcuino. Ci sembra significativo il fatto che Angilberto fosse abate della abbazia benedettina di Centula o Saint-Riquier (diocesi di Amiens).

Sembra che il Tabor non abbia sofferto per l’incursione dei Persiani di Cosroe (614) e che i religiosi abbiano continuato a dimorare sulla sua cima indisturbati anche dopo la conquista araba del 637. Tuttavia il “grandissimo numero” di eremiti dell’autore armeno diminuì. Agli inizi del IX sec. il Commemoratorium de Casis Dei registra 18 monaci ed Epifanio Monaco registra 12 abbades (PG 120,272). Al tempo del Commemoratorium c’era ancora la diocesi del Tabor presieduta dal vescovo Teofane ed esistevano quattro chiese. Di queste, tre erano rispettivamente dedicate al S.mo Salvatore, a Mosè e ad Elia; la quarta, causa una lacerazione del manoscritto originale, resta anonima. Kopp ha avanzato l’ipotesi che si trattasse della chiesa dedicata a Melchisedec.

Nel 969 la Palestina passò dalla dominazione dei califfi Abbasidi a quella dei Fatimiti di Egitto. Approfittando del fatto che i Fatimiti trovavano difficoltà nell’ambiente arabo, l’imperatore di Bisanzio Giovanni Zimisce nella primavera del 975 mosse verso la Palestina. Da Damasco la sua grande armata scese in Galilea, prese Tiberiade e Beisan e poi arrivò fino ad Acri. In una lettera indirizzata ad Ashod III di Armenia Zimisce scrive: Essendo andati al Monte Tabor, salimmo al posto dove il Cristo nostro Dio fu trasfigurato. L’obbiettivo della Crociata bizantina, che anticipava di 124 anni le Crociate latine, era naturalmente Gerusalemme. Purtroppo Zimisce non ebbe successo e la morte lo colse nel gennaio del 976 prima che potesse ripetere l’impresa.

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Created/Updated July , 2005 at 18:22:04 by John Abela ofm ,E. Alliata, E. Bermejo, Marina Mordin
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