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L’EPOCA CROCIATA

(Teresa Petrozzi)

Sappiamo da Guglielmo di Tiro che Tancredi, non appena nominato principe di Galilea, si affrettò a restaurare le chiese di Nazaret, di Tiberiade e del Tabor, dotandole riccamente. Nel 1102 Saewulf notò che sulla cima del monte “restavano ancora tre antichi monasteri, uno in onore di nostro Signore Gesù Cristo, un altro in onore di Mosè ed un terzo, poco distante, in onore di Elia”.

Gli studiosi si domandano se Tancredi fondò una abbazia e la affidò ai Benedettini, o se si limitò a ripristinare una abbazia già esistente. In altri termini, se i religiosi che occupavano il Tabor all’inizio della prima Crociata erano tutti Benedettini o appartenevano anche ad un ordine orientale. Un atto del 1101 sembra sostenere la prima ipotesi: in esso si dice che Tancredi rese all’abate Gerardo della chiesa del S.mo Salvatore sul Tabor quando l’abbazia aveva posseduto per il passato, quae antiquitus possederat. Con ogni probabilità i possedimenti dei Benedettini erano stati confiscati a seguito della Crociata di Zimisce. Sta di fatto che nel 1101 i Benedettini erano sul Tabor. Un’altra domanda alla quale gli studiosi hanno cercato di rispondere concerne il tempo in cui i Benedettini del Tabor abbracciarono la regola di Cluny. Alcuni ritengono che ciò sia avvenuto prima del 1101; altri pensano al 1130. Questi ultimi autori si basano sulla data di una lettera inviata da Pietro il Venerabile, eletto nono abate di Cluny, nel 1122, all’abate del Tabor, anche lui di nome Pietro, in cui lo scrivente si rallegra di aver appreso da un frate pellegrino che la comunità del monte era cluniacense (PL 189, 266). D’altra parte un manoscritto del XV sec., conservato un tempo nel convento dell’Ara Coeli a Roma diceva che i monaci uccisi nel 1113 erano cluniacensi tedeschi.

Baldovino I approvò le donazioni di Tancredi e, nel 1107, ne aggiunse delle altre a favore dell’abbazia “sul monte santo”. I possedimenti dei Benedettini erano veramente notevoli: 34 villaggi (alcuni di proprietà effettiva, altri di proprietà promessa) nella Bassa Galilea, specialmente nelle terre circostanti il monte, e 22 villaggi nella valle del Giordano o oltre il Giordano. Le decime spettanti all’abbazia riguardavano non soltanto i raccolti ed il bestiame, ma anche il bottino di guerra.

Nel frattempo (1103) papa Pasquale II aveva conferito all’abate Gerardo ed ai suoi successori il titolo di arcivescovo di tutta la Galilea e di Tiberiade con il diritto di indossare il pallio e di usare la bolla di piombo. Inoltre, Pasquale II aveva messo il monastero e tutti i suoi beni sotto la diretta protezione della S. Sede.

In un primo momento quindi, quando le diocesi di Nazaret e di Tiberiade non erano state ancora fondate, l’abate del Tabor ebbe giurisdizione episcopale sulla Galilea. Verso il 1107-1109 l’antica sede metropolitana di Beisan fu trasferita a Nazaret. Ciò provocò un attrito fra l’abate Gerardo ed il vescovo Bernardo per la definizione delle competenze. Nel 1112 la disputa fu composta a favore di Nazaret da Gibelino, vescovo inviato dalla Santa Sede, con il consenso del clero e del re Baldovino I. L’abate manteneva il titolo di arcivescovo ed il diritto al pallio ed alla bolla ma l’abbazia non ricevette più tutte le decime dei villaggi. Una frase di Guglielmo di Tiro sembra accennare ad avvenimenti spiacevoli. Dopo aver ricordato le donazioni fatte da Tancredi alle chiese di Nazaret, di Tiberiade e del Tabor, lo storico aggiunge che tali santi luoghi ne persero una parte non piccola causa le frodi e le calunnie dei principi.

Gli edifici di questo periodo sono descritti da Daniele: “Sul punto più alto, dal lato orientale, c’è un luogo elevato, come un monticello di pietre che termina a cono: è quello il luogo della Trasfigurazione, Vi si vede una bella chiesa dedicata alla Trasfigurazione e un’altra, a fianco, a nord della prima, dedicata a Mosè e ad Elia. Il luogo della santa Trasfigurazione e circondato da solidi muri di pietra con porte di ferro. Era un tempo sede vescovile ed ora è un monastero latino”.

Nel 1113, durante la contro-crociata turca, Malduc atabeg di Mossul invase la Galilea. Baldovino I ordinò ai baroni di accorrere immediatamente ma non li aspettò e con le sue sole forze sconfisse Malduc a Tiberiade. 1 Turchi piegarono verso il Tabor e, a loro volta, ebbero la meglio sui Crociati prima di ritornare alla loro patria. I Turchi massacrarono tutti coloro che si trovavano nell’abbazia: 72 persone, fra monaci, servitori e rifugiati. Il martirologio del benedettino Gabriel Bucelinus (XVII sec.) ricorda le vittime il 4 maggio; i resti non sono mai stati reperiti.

I Benedettini non tardarono a ristabilirsi sul monte: nel 1115 il nome dell’abate Raimondo appare su un atto di donazione da parte del conte calabrese Riccardo, il quale concedeva al cenobio del S.mo Salvatore di Monte Tabor vari possedimenti in Occidente. Per proteggersi contro nuovi attacchi, i Benedettini fortificarono il loro convento e vi installarono una guarnigione di Turcopoli.

La vita dei religiosi sul monte continuò tranquilla per un certo numero di anni. Nel 1120 l’abate Pietro partecipò al concilio di Nablus; nel 1146 Eugenio III confermò all’abate Ponzio ed ai suoi successori i privilegi concessi da Pasquale II; nel 1169 l’abate Bernardo venne nominato vescovo di Lidda; un atto del 1175 fu firmato da 12 monaci i quali - secondo Gariador - costituivano probabilmente tutta la comunità benedettina allora residente sul Tabor.

Quando Phocas visitò il monte santo nel 1177 esistevano un convento greco e due conventi latini. Di questi ultimi, uno sorgeva sulla cima, dove il Signore si era trasfigurato, e ospitava moltissimi monaci. Il luogo della Trasfigurazione era circondato da una transenna di metallo e il punto dove avevano posato i piedi del Signore era contrassegnato da una pietra rotonda straordinariamente candida, sulla quale era incisa una croce.

Nella seconda metà del XII sec. si parla nuovamente di eulogie provenienti dal Tabor. Giovanni Diacono, canonico del patriarchio lateranense elencò, fra le varie reliquie conservate al Laterano nella chiesa di S. Lorenzo, lapis in quo Dominus transfiguratus est in monte, pietra sulla quale il Signore si trasfigurò sul monte (PL 78,1390).

Una invasione di Saladino ruppe la pace e fu il preludio della fine. Nel 1183, mentre i Crociati lo tenevano in scacco ad Ain Gialud, Saladino mandò distaccamenti a saccheggiare il paese. Un gruppo salì sul Tabor e devastò il monastero greco. Guglielmo di Tiro, che riferisce questi avvenimenti, ci dà il nome del monastero: S. Elia. I religiosi greci fuggirono e di loro si sentirà parlare di nuovo, crediamo, nel 1737. 1 Saraceni attaccarono anche l’abbazia benedettina. Le fortificazioni, i Turcopoli e il coraggio dei monaci, dei servitori e dei rifugiati salvarono sia il convento che la chiesa.

I Benedettini compresero che era necessario pensare al futuro. Dopo l’incursione, l’abate Bernardo Il del Tabor e l’abate Folco di S. Paolo di Antiochia, con il consenso dei confratelli, firmarono una convenzione in virtù della quale le due comunità si impegnavano ad accogliersi a vicenda in caso di espulsione.

I Benedettini avevano visto giusto. Appena quattro anni dopo Saladino attaccò di nuovo i Crociati e li sconfisse sui Corni di Hattin. Le sue truppe salirono nuovamente al Tabor e compirono l’opera iniziata durante la loro precedente spedizione. I Benedettini abbandonarono il monte; non sappiamo se alcuni andarono ad Antiochia; è certo che almeno l’abate e una parte della comunità si ritirarono ad Acri in una delle proprietà dell’abbazia, con ogni probabilità la chiesa del S.mo Salvatore.

Nel 1204 i Crociati conclusero una tregua con il sultano el-Adel, fratello di Saladino. Appena scaduto il termine, el-Adel iniziò a costruire sul Tabor una potente fortezza. La data precisa è indicata in una delle iscrizioni arabe reperite fra le macerie: 5 du lhiddsha 609, 20 maggio 1212. L’opera fu continuata da Muazzam Isa, figlio di el-Adel, che era stato associato al governo. La chiesa della Trasfigurazione e l’abbazia benedettina sparirono quasi completamente sotto le costruzioni saracene.

La fortezza, con le sue mura massiccie e le sue numerose torri, era un capolavoro dell’arte militare del tempo. Essa dominava il territorio circostante come un’aquila pronta a calare sulla preda, impediva ai Crociati di riconquistare la Galilea e chiudeva loro la via per Gerusalemme. Ben protetta anche da un fossato, la fortezza stendeva un tentacolo verso est: contiguo all’antico eremitaggio, era stato costruito un posto di guardia. Consapevoli di essere in stato di inferiorità, i Franchi non reagirono.

Reagì papa Innocenzo III indirizzando nel 1213 un messaggio solenne a tutta la Cristianità: I Saraceni hanno costruito sul Monte Tabor, proprio sul posto dove il Cristo si è manifestato nella sua gloria, una fortezza destinata a completare la rovina del nome cristiano. Minaccia la città di Acri e per mezzo di essa i Saraceni sperano di distruggere quello che resta del regno di Gerusalemme, perché quell’infelice relitto è sprovvisto di denaro e di soldati. All’apertura del IV Concilio Lateranense, 11 novembre 1215, Innocenzo III annunciò quindi la sua ferma decisione di iniziare una nuova Crociata. Forse sperava di guidarla lui stesso, ma morì pochi mesi dopo (16 luglio 1216).

La decisione di Innocenzo III fu confermata da Onorio III. Venne così organizzata la quinta Crociata, sotto il comando di Andrea II di Ungheria, alla quale si unirono molti principi tedeschi, fiamminghi e scandinavi. Andrea aveva fatto voto di prendere la croce su domanda del padre morente, ma non mostrava grande entusiasmo. Sollecitato dal papa parti infine nell’agosto del 1217 ed arrivò ad Acri poco dopo Leopoldo VI duca d’Austria, che era stato il primo a salpare.

In Acri si unirono ai Crociati Giovanni di Brienne re di Gerusalemme, Ugo I di Lusignano re di Cipro, i Templari ed i Cavalieri di S. Giovanni. Il Consiglio di guerra, riunitosi a fine ottobre 1217, decise di attaccare la fortezza. Dopo aver spiegato le loro ingenti forze nella valle di Esdrelon ed aver fatto retrocedere el-Adel, i Crociati si diressero verso il Tabor a fine novembre e si accamparono sur le ruissel du Cresson, una delle sorgenti di Uadi el-Bireh. Per tentare di prendere la fortezza essi dovevano salire sul monte ogni giorno e il successo appariva estremamente improbabile perché i fitti boschi impedivano loro di trasportare le macchine da guerra. Ai primi di dicembre, grazie ad una fitta nebbia, i Crociati arrivarono non visti alla porta della cittadella, tanto vicini che con le loro lancie potevano toccare le mura. Malgrado il valoroso comportamento di Giovanni di Brienne, furono rigettati da una improvvisa sortita degli assediati. Giorni dopo fecero un estremo tentativo: tutta l’armata salì riuscendo a portare una immensa scala che venne appoggiata alle mura. I Saraceni lanciarono fuoco greco, bruciarono la scala e inflissero grandi perdite agli attaccanti. I Franchi si demoralizzarono e, ignorando che il nemico era sul punto di arrendersi, tornarono ad Acri. Secondo alcuni autori l’assedio era durato sette giorni; secondo altri, diciassette. Andrea II, che non aveva partecipato alla spedizione perché ammalato, decise di rimpatriare.

La Crociata non ebbe risultati positivi ma, in ogni caso, la minaccia era stata utile. Melek el-Adel, comprendendo che la sua “benedetta” fortezza - come la chiamano le iscrizioni arabe - costituiva una arrogante provocazione, la fece demolire nel 1218. Da parte sua, Muazzam aveva così poca fiducia nella vittoria finale che fece radere al suolo anche le fortezze di Tibnin, di Paneas e, più tardi, di Safed, per paura di vederle cadere in mano dei Franchi. Questi, tuttavia, continuavano a versare in tristi condizioni. Unitamente ai più alti prelati latini, l’abate Andrea del Monte Tabor firmò in Acri il 10 ottobre 1220 una lettera indirizzata a Filippo II Augusto re di Francia, nella quale si parlava delle tragiche condizioni della Terra Santa e si chiedeva aiuto per Giovanni re di Gerusalemme, che era in grande povertà.

Malgrado tutto le proprietà che l’abbazia aveva non dovettero essere confiscate e una comunità di religiosi vi si stabilì poco dopo la demolizione della fortezza. Il geografo arabo Yakut, che scriveva nel 1225, dice che sulla sommità del Tabor c’era una chiesa grande e solidamente costruita e che a sud del pianoro si trovava Deir et-Tajalla, il convento della Trasfigurazione. Qui infatti, precisa Yakut, “si dice che Gesù - la pace sia con lui - fu trasfigurato in presenza dei discepoli”.

Circa i religiosi, secondo Bonifacio da Ragusa sarebbero stati i re di Ungheria ad inviare sul Tabor un grande numero di monaci ungheresi dell’ordine di S. Paolo primo eremita. Forse, pensava Meistermann, era stato Andrea II, per riparare in qualche modo allo scacco subito, e forse quei religiosi officiavano il posto, con l’autorizzazione e sotto la giurisdizione dei Benedettini.

Durante la sesta Crociata, nel 1229 Federico Il e Melek el-Kamel firmarono una tregua durevole dieci anni, grazie alla quale il regno crociato veniva restaurato quasi completamente. Alcuni ritengono che sia stato Federico II a ricostruire una chiesa latina sul Tabor e ad affidarla ai monaci ungheresi. La tregua fu prolungata per altri cinque anni ed ebbe termine con l’invasione dei Turchi Khuwarizmi.

Luigi IX di Francia, dopo le disastrose battaglie egiziane, che avevano costato la vita a metà dei membri della settima Crociata, trascorse quattro anni ad Acri (13 maggio 1250 - 24 aprile 1254) e, giocando di diplomazia, riuscì a mantenere la pace. Accompagnato dalla moglie, là coraggiosissima regina Margherita, il santo re salì in pellegrinaggio al Tabor nel 1251, la vigilia dell’Annunciazione.

Il 10 aprile 1255 papa Alessandro IV indirizzò al Gran Maestro Guglielmo di Castronovo ed ai fratelli dell’ordine di S. Giovanni una bolla che in sostanza diceva: I vostri meriti ci inducono ad accogliere la vostra richiesta. Nella vostra petizione ci facevate presente che il monastero del Tabor è stato distrutto dai nemici di Cristo e che non si può sperare che l’abate e i monaci possano restaurarlo. Essendo molto probabile che i Saraceni vi erigano delle fortificazioni, ci avete pregati di intervenire. Pertanto… sapendo che voi lottate incessantemente con tutte le forze contro i nemici di Cristo, vi concediamo il predetto monastero, con tutti i relativi possedimenti, i diritti e le decime.

Alla concessione seguivano le clausole: Se fra Cristiani e Saraceni ci sarà una pace o una tregua continua, entro dieci anni dall’aver preso possesso del luogo costruirete una fortezza e ci manterrete 40 cavalieri sempre in armi per la difesa del nome cristiano. All’abate ed ai monaci benedettini superstiti darete il necessario per vivere, a giudizio dell’arcivescovo di Tiro e dell’abate di S. Maria della Valle di Giosafat, che dimora in Acri. Per ottenere la concessione gli Ospitalieri avevano versato 1100 bisanti.

Nei due anni seguenti, su richiesta del Gran Maestro dell’Ordine, Alessandro IV emise altre bolle, in sostituzione di quelle dì Pasquale II e di Eugenio III, rovinate dal tempo, confermando all’abate del Tabor il titolo di arcivescovo con diritto di portare il pallio.

Alcuni Benedettini furono contenti della decisione. Circa un anno dopo il passaggio della proprietà, i monaci Garino, Michele e Pietro scrissero al papa ringraziandolo perché gli Ospitalieri avrebbero provveduto a fortificare il luogo. Altri Benedettini sollevarono delle difficoltà e nel 1257 Alessandro IV ordinò all’abate di S. Maria della Valle di Giosafat di aiutare gli Ospitalieri ad ottenere i beni ed i privilegi connessi al convento del Tabor se necessario lanciando la scomunica, si opus sit via excommunicationis usus.

I Cavalieri di S. Giovanni restarono padroni del Tabor solamente per otto anni e quindi dovettero lasciarlo a causa del loro comportamento.

All’inizio del 1263 Baibars Bundukdari attaccò i Franchi. Giovanni di Ibelino conte di Giaffa e Baliano di Ibelino conte di Arsuf si rassegnarono ad accettare le condizioni del sultano mamelucco, una delle quali riguardava lo. scambio dei prigionieri. L’8 aprile i rappresentanti del governo di Acri andarono a parlamentare con Baibars nel suo accampamento sul Tabor. I Templari e gli Ospitalieri rifiutarono di restituire i loro prigionieri per non perdere mano d’opera gratuita. Baibars stesso fu indignato da una simile risposta e interruppe le trattative. I Franchi persero - oltre al Tabor - Giaffa, Arsuf, Cesarea e Safed.

Il 20 agosto 1263 papa Urbano IV indirizzò a S. Luigi IX l’epistola Vocem Terroris, nella quale denunciava le distruzioni fatte da Baibars a Nazaret, a Cafarnao, sul Tabor e in tutti i possedimenti cristiani fino alle vicinanze di Acri, et in tota Christianorum terra usque ad portas Acconis. Luigi prese per la seconda volta la croce nel 1267 ma la morte gli impedì di arrivare al monte santo e l’ottava, e ultima, Crociata, non portò ad alcun risultato.

La cima del Tabor non fu che un oceano di pietre sul quale si alzarono per centinaia di anni, come una piccola onda solidificata, le rovine venerate. Alla metà del XVII sec. anche la piccola onda si appiattì.

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Created/Updated July , 2005 at 18:22:04 by John Abela ofm ,E. Alliata, E. Bermejo, Marina Mordin
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