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L’EPOCA POST-CROCIATA

(Teresa Petrozzi)

Il Tabor non venne peraltro dimenticato: la tradizione dell’avvenimento evangelico continuava a richiamare i pellegrini. Nella sezione “Il Culto sul Tabor” abbiamo riportato le cronache relative alle devozioni, ora diamo notizie generali e sui monumenti superstiti.

Burcardo, che salì al Tabor venti anni dopo l’intervento di Baibars, vide le rovine di tre tabernacoli o chiostri, di palazzi, di torri e di edifici diventate tane di belve. Ricoldo di Monte Croce (1294) lesse il Vangelo piangendo per tanta desolazione.

Alcuni visitatori, fidandosi di guide inesperte o raccogliendo antiche credenze corrotte al punto di essere irriconoscibili, collocarono sul Tabor avvenimenti disparati.

Maundeville e Boldensel, in Terra Santa rispettivamente nel 1322 e 1332, parlano della scuola del Signore, Schola Domini, dove Gesù aveva insegnato ai discepoli rivelando loro i segreti del cielo. La Grotta degli Insegnamenti, detta anche del Pater Noster, si trova sull’Oliveto. Maundeville aggiunge: “Su quel monte e nel posto della Trasfigurazione, nel giorno del giudizio quattro angeli suoneranno quattro trombe e resusciteranno tutti gli uomini che hanno patito la morte da quando il mondo fu creato alla vita. E verranno in corpo ed anima al giudizio, in presenza del volto di Dio, nella Valle di Giosafat. E sarà nel giorno di Pasqua, il giorno della Resurrezione di nostro Signore”. Lo spagnolo Oliver (1464) vede dall’Oliveto “la strada per il Monte Tabor che è il luogo dove fu creato Adamo e dove c’è il sepolcro di Abramo e di Sara” . Von Harff, alla fine del XV sec., riprende: “I Cristiani siriani, giacobiti, georgiani, abissini e altri che abitano nella regione, ritengono che Adamo, il primo uomo, abbia infranto il comando di Dio su questo Monte Tabor e che alla fine dei tempi quattro angeli annunceranno il giorno del giudizio da questo monte”.

Il primo pellegrino che dica qualcosa di solido circa le rovine è Niccolò da Poggibonsi nel 1345. Le fonti contemporanee alle costruzioni, che ci sono pervenute, non descrivono le strutture o le decorazioni e i recenti rapporti archeologici riguardano soltanto fondamenta e pavimenti. Le cronache che parlano degli edifici hanno una importanza speciale in quanto ci fanno partecipare alla realtà e alle peripezie del passato.

Leggiamo Poggibonsi: “Il detto monte si è molto alto e grande, e quasi tondo; e in cima Si v’è un piano, chè ivi fu una Terra, ma ora è guasta; e al mezzo si à una chiesa, e, nel mezzo della chiesa detta, si fu una tomba [volta tonda] sopra ogni edifizio elevata. Et ivi, il nostro Signore Giesù Cristo, volendo mostrare la gloria sua a gli Apostoli, ivi dov’è la tomba, sì si trasfigurò, e apparve subito Moisè e Elia, e parlavano con lui; e la voce fu udita da celo, e così si è scritto, di lettere d’oro, su nella detta tomba, e dicono così: hic est filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui, ipsum audite. Et in terra si sono le forme, come sbigotito santo Pietro, e santo Giovanni, e santo Iacobo caddono in terra, per lo grande splendore; e dove santo Pietro cadde, sì v’è scritto così: Domine, bonum est nobis hic esse, etc. La chiesa si è quasi guasta, se non se la tomba”. Restava quindi la cripta, con pitture e iscrizioni musive su una parete e sul pavimento, mentre la parte superiore dell’edificio era diroccata.

Gli avanzi delle costruzioni sopravvissero ancora per circa un secolo e mezzo. Nel 1485 Suriano aggiunge qualche particolare architettonico: “Su Zebel Tubar [ ... ] fo facta una chiesa cum tre tribune, a modo de tre tabernacoli apizati insiema. E dove Christo se transfigurò fo facta una scala de marmaro fino, de octo gradili, larga braza quatro, et in cima della predicta scala è una pietra posta a modo de uno altare”.

A Suriano capitò quello che già tanti pellegrini avevano sperimentato qui e altrove: “E, finito le misse, fomo assaltati da ladri che erano nascosti in quelle charabe, per haver veduto el calice et una pianeta nova de damaschino chremisino. Tamen non ce fecero dispiacere, per esser nui ben accompagnati ma mangiamo insieme pane et sale”.

Passano altri 60-70 anni senza notizie degno di nota e quindi Bonifacio da Ragusa (1552) scrive: “Sulla sommità del monte [ ... ] c’è una chiesa con tre cappelle. Nel luogo dove il Cristo fu veduto nella gloria c’è la cappella maggiore, a destra c’è la cappella dedicata a Mosè ed a sinistra quella dedicata ad Elia [ ... ] Nella cappella maggiore, per grazia di Dio, si conserva l’immagine del Salvatore trasfigurato [ ... ] che è elegantissima. Mosè, latore della legge, è dipinto sulla parete destra ed Elia sulla sinistra”.

Zuallart ci spiega la ragione per cui le intemperie non avevano completato l’opera di Baibars: “No ci resta piu altro, che le dette tre capelle, le quali gl’Infideli occupano, & come Moschee mantengano di tetto, per preseruarli, che non si guastino dalle pioggie, & ingiuria del tempo”. Ma mentre il tetto conservava i muri gl’Infedeli avevano raschiato le “antichissime pitture” della cappella centrale e Zuallart non ne vide che i resti. Zuallart scriveva nel 1586; Castela, che visitò il Tabor sedici anni dopo, conferma la trasformazione delle tre cappelle in moschee ; Levaillant notò ancora i lembi delle decorazioni nel 1613.

Il viaggiatore romano Della Valle nel 1616 trovò: “reliquie molto riguardeuoli di vna gran Chiesa, e di vn Monasterio, per quanto posso immaginarmi, che era fabricato nel luogo, doue Nostro, Signore si trasfigurò”, e fu sorpreso dalle biade coltivate sulla cima del monte. “Ma vidi poi, che il monte là sopra era abitato; e che fra quelle rovine di fabriche antiche, viueuano, non sò come sequestrate dal commercio del Mondo, alcune poche e miserrime famigliuole, delle quali, doueua essere il seminato, che certo n’ebbi compassione a vederle in tal luogo; particolarmente certe donnicciole meze nude, e certi figliuoletti di quattro ò cinque anni, che vidi andar correndo frà quegli alberi, a punto come gatti seluatichi”. Della Valle è l’unico cronista che, a quanto ci consti, parli di un insediamento permanente sul monte.

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Created/Updated July , 2005 at 18:22:04 by John Abela ofm ,E. Alliata, E. Bermejo, Marina Mordin
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