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I FRANCESCANI

(Teresa Petrozzi)

Nel 1632 Roger tracciò una pianta degli edifici sacri esistenti , la prima che ci sia pervenuta. Roger conosceva molto bene Fakhr ed-Din “perché mi ha onorato della sua confidenza per tutto il tempo che sono rimasto in Terra Santa”. Fakhr ed-Din era amico non soltanto di Roger ma dei Cristiani in generale.

DAL 1631 AL 1854

Roger corredò il suo schizzo con una breve descrizione: “Tre piccoli oratori o cappelle con copertura a volta, l’uno contiguo all’altro, due dei quali sono lunghi nove piedi e larghi tre o quattro. Quello centrale che è il posto dove Gesù si trasfigurò, non è lungo che sette passi. Questi tabernacoli o cappelle si trovano sul punto più alto del monte, sul lato. verso mezzogiorno”.

Le Croniche di p. Verniero, redatte nel 1634, riferiscono le intenzioni dei Francescani divenuti padroni del Tabor : Essi pensavano di introdurre “ad habitarlo e coltivarlo i nostri torcimanni cattolici di Betthalem” [Betlemme] e intendevano erigere “un hospitio per commodità de nostri pellegrini”. Tuttavia, “perché sì dubitava degli Arabi, non vi si fabricò chiesa né hospitio”.

In effetti i Musulmani erano molesti. Surius, nel 1644, riferisce con meticolosità: “Ci costò molta fatica il vedere questi tre tabernacoli, che esistono ancora per provvidenza divina, perché i Mori hanno ostruito e bloccato l’ingresso per impedire la devozione dei pellegrini. Ciò nonostante togliemmo la terra per quel tanto che bastava ad entrare, strisciammo attraverso una porticina a settentrione e arrivammo in un corridoio lungo dodici passi e largo quattro, dove accendemmo il fuoco con un acciarino e, ciascuno tenendo una candela, passammo per una porta a mezzogiorno nei tre tabernacoli, in una grande cappella a volta che un tempo era stata ben dipinta. Quello verso levante e largo sette piedi e tre pollici, quello verso mezzodì è largo cinque piedi, e il terzo verso ponente è largo sei piedi e mezzo. Quello centrale è edificato nel posto dove nostro Signore si trasfigurò”. Crediamo che Surius sia stato l’ultimo pellegrino a notare le decorazioni della cripta crociata.

Ricoldo di Monte Croce avrebbe pianto di nuovo nel vedere, come vide Doubdan nel 1652, “quasi tutto sepolto nella terra e pieno di immondizie”. Anche Doubdan fece uno schizzo e una descrizione del santuario: “Si entra in un piccolo vano composto da quattro nicchie in croce, ciascuna larga circa quattro piedi [ ... ] Tutto il luogo e attualmente interrato e tanto oscuro che si deve necessariamente portare un lume”. Né lo schizzo né la descrizione concordano con le precedenti notizie: i tre tabernacoli “apizati insiema” sono diventati un vano cruciforme. L’ingresso del vero santuario, ostruito, era stato perso di vista probabilmente a causa della vegetazione che lo mimetizzava e i pellegrini inconsapevoli, trovato un altro andito, lo seguivano ed arrivavano in uno degli ambienti della fortezza saracena, dove mani pie avevano sistemato degli altari. Tale luogo fu la meta delle visite fino al 1876.

Besson seppe vedere qualcosa di significativo anche nella cappella di fortuna: “Ebbi il bene di dire la Messa sull’altare di S. Elia, il quale ancora vive dopo tanti secoli, e fu santificato prima di morire, il cui tabernacolo è a sinistra entrando e a destra c’è quello di Mosè e nel centro quello di Gesù, come il centro al quale convergono tutte le linee e il compimento di tutte le leggi”.

Di anno in anno anche l’ambiente saraceno si deteriorò sempre più. In Nau (1668) leggiamo: “Oggi resta soltanto una cappella interrata dove si entra per tre porte che non si chiudono [ ... ] non è lunga più di nove o dieci piedi e larga sette o otto.

Sono state fatte tre nicchie dove si crede che stessero nostro Signore, Mosè ed Elia [ ... ] Secondo la disposizione dei tabernacoli nostro Signore aveva il viso rivolto a nord, Mosè stava alla sua destra ed Elia alla sua sinistra”.

Laffi (1679) e Le Bruyn (1681) definirono la cappella “una grotta”. Le Bruyn, mentre quelli che erano con lui celebravano la Messa, sostò davanti alla porta e disegnò le rovine viste dall’esterno.

Le testimonianze proseguono tristi e deprimenti. Nel 1710 Cozza vide che i Francescani, per le celebrazioni, usavano altari portatili. Pococke (1737) aggiunse alla descrizione della grotta una notizia interessante: “Dall’altro lato, un convento dell’ordine di S. Basilio, dove i Greci hanno un altare e compiono il loro servizio divino per la festa della Trasfigurazione”. Si trattava dell’antico monastero abbandonato dai Greci nel 1187 che, come dirà Mariti nel 1760, continuava ad esser chiamato di S. Elia.

I Francescani erano diventati padroni del Tabor 136 anni prima e avevano tentato varie volte di far valere i propri diritti. Poco dopo la concessione, p. Diego di S. Severino incaricò p. Giacomo da Vandôme. guardiano di Nazaret, di costruire una chiesa sul monte ma i Musulmani dei dintorni ostacolarono il progetto. Quattro anni dopo la morte di Fakhr ed-Din, i Francescani chiesero al Sultano il permesso di risiedere sul Tabor e lo ottennero nel 1641 per mezzo dell’Ambasciatore di Francia e del Bàilo di Venezia. Nel 1656 essi ricevettero l’autorizzazione di costruire in tutte le loro proprietà della Terra Santa. Essendo stato riferito al sultano (1667) che i Religiosi non potevano usufruire sul Tabor di tale privilegio, il sultano ordinò al pascià di Safed di punire chi li ostacolava. Sei anni dopo, p. Claudio da Laude Pompeia Custode di Terra Santa, tramite p. G. B. da Lagomarsino commissario a Costantinopoli, chiese l’autorizzazione di mandare due o tre religiosi a vivere sul monte. La domanda cadde nel nulla. Nel 1763, il Custode di Terra Santa p. Paolo da Piacenza vedendo che era impossibile realizzare il sogno di una nuova costruzione, decise di riparare almeno quanto esisteva.

I restauri, curati da p. Giovanni Lorenzo guardiano di Nazaret. furono di modesta entità. Giuseppe Antonio da Milano, in pellegrinaggio nel 1771, lasciò scritto: “Nella parte sua [del Tabor] superiore, poco discosto dal lato suo occidentale e quasi nel mezzo. sorge fra grandi rovine una cappella, lunga cinque passi e larga due, la cui fronte guarda a mezzogiorno; ha un misero altare [ ... ] ha inoltre da una parte un piccolo adito quadrato con tre nicchie, e queste ricordano le parole di Pietro al suo Maestro divino: Faremo tre tende. A questa cappella, alla quale Lamartine non dedicò neanche una parola, alcuni preferivano lo stupendo ambiente naturale, come De Géranib, il quale si confessò ai piedi di un albero ed ebbe la fortuna di ricevere la Comunione durante la Messa che fu detta sotto la volta del cielo.

Mentre l’ostilità dimostrata ai Frati dai Musulmani perdeva di mordente ed i Frati esercitavano almeno il diritto alla proprietà con i pellegrinaggi e le celebrazioni, si presentavano altre difficoltà. I Greci ortodossi occuparono a poco la parte nord della cima, che venne infine tagliata in due da un muro; il Patriarcato Latino di Gerusalemme non dimostrava grande comprensione e negava l’autorizzazione di costruire. Nel primo caso i Francescani, per amore del quieto vivere, sopportarono; nel secondo, si rivolsero a Roma e la Congregazione di Propaganda decise, a suo tempo, in loro favore.

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Created/Updated July , 2005 at 18:22:04 by John Abela ofm ,E. Alliata, E. Bermejo, Marina Mordin
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