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Nazaret attraverso i secoli

La ininterrotta presenza cristiana

Tra i primi seguaci e continuatori dell’opera di Gesù le fonti ricordano “i fratelli del Signore” (Atti 1, 14; 1 Cor 9, 5). Per i legami di sangue essi ebbero un posto di responsabilità e di rispetto nella chiesa primitiva palestinese. Giacomo diresse la chiesa di Gerusalemme, come raccontano autonomamente gli Atti (21, 8) e Giuseppe Flavio (AJ XX, 197-203). Gli successe Simeone, “cugino del Signore” martirizzato al tempo di Traiano.

Lo storico giudeo-cristiano Egesippo (seconda metà del II secolo) ricorda alcuni parenti di Gesù, nipoti di Giuda, in occasione di una persecuzione al tempo dell’imperatore Domiziano (81-96 d.C.). Il testo è riportato dallo storico Eusebio (IV sec.) nella Storia Ecclesiastica III, 19.20, 1-6):

Un’antica tradizione riferisce che, quando lo stesso Domiziano comandò di sopprimere i discendenti di Davide, alcuni eretici denunciarono anche i discendenti di Giuda, che era fratello carnale del Salvatore, come appartenenti alla stirpe di Davide e alla parentela di Cristo stesso. Egesippo riporta queste notizie, dicendo testualmente: Della famiglia del Signore restavano ancora i nipoti di Giuda detto fratello suo secondo la carne, i quali furono denunciati come appartenenti alla stirpe di Davide. Il soldato li condusse davanti a Domiziano Cesare, poiché anch’egli, come Erode, temeva la venuta di Cristo. Ed egli chiese loro se erano discendenti di Davide e ne ebbe la conferma. Chiese allora quante proprietà e quanto denaro avessero. Essi risposero che avevano in totale novemila denarii, metà per ciascuno, e dicevano di non averli in contanti, ma che erano il valore di un terreno di soli trentanove plethri, di cui pagavano le tasse e di cui campavano, coltivandolo essi stessi. E gli mostrarono le mani, testimoniando il loro lavoro personale con la rudezza del corpo e i calli formatisi sulle mani per la continua fatica. Interrogati su Cristo e il suo regno, sulla sua natura, il luogo e il tempo in cui si sarebbe manifestato, risposero che il suo regno non era di questo mondo né di questa terra, ma celeste e angelico, e che si compirà alla fine dei secoli, quando Cristo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti e renderà a ciascuno secondo le sue opere. Allora Domiziano non inflisse loro nessuna condanna, ma li disprezzò giudicandoli di poco conto, li lasciò andare, e con un editto fece cessare la persecuzione contro la chiesa. Una volta liberati, essi furono a capo delle chiese come testimoni e insieme parenti del Signore, e ritornata la pace rimasero in vita fino a Traiano.

L’episodio sottolinea la condizione sociale dei familiari di Gesù, contadini che vivevano del duro lavoro di ogni giorno, e il loro posto nella chiesa. Giulio Africano (250 ca) ricorda che i discendenti di Gesù “dai villaggi giudaici di Nazaret e Cocaba erano sparsi nelle varie regioni” conservavano gelosamente i ricordi di famiglia (passo conservato in Eusebio, St. Eccl. I, 7, 13-14). Durante la persecuzione di Decio (249-251 d.C.), in Asia Minore fu portato in giudizio, perché cristiano, Conone. Il martire dichiarò in tribunale: “Sono della città di Nazaret in Galilea, sono della parentela di Cristo a cui presto culto fin dai miei antenati”.

La letteratura apocrifa cristiana aggiunge altri particolari accolti dalla tradizione cristiana riguardanti la famiglia di Gesù. Il Protovangelo di Giacomo ricorda Gioacchino e Anna come genitori di Maria. La Storia di Giuseppe falegname racconta della fine di Giuseppe, morto e sepolto a Nazaret. L’autore anonimo descrive Gesù - al capezzale del padre moribondo - che racconta: “Era giunto per mio padre il tempo di morire, come è destino di tutti gli uomini… Entrai dal buon vecchio e lo salutai con affetto, facendogli coraggio. La mia visita lo rese felice e lo rasserenò. Poi mi posi a sedere ai suoi piedi e lo guardavo… Gli tenni le mani per un’ora: ed egli voltando la faccia verso di me mi indicava di non abbandonarlo… Cosi serenamente spirò… Piansi il buon vecchio con Maria mia madre e i parenti… Fui io a chiudergli gli occhi …

Sotto l’aspetto monumentale, il primo a scrivere di edifici di culto cristiani sorti a Nazaret è Epifanio che ricorda il tentativo del conte Giuseppe di Tiberiade, un ebreo convertito al tempo di Costantino, di costruire una chiesa nel villaggio. Una fonte giudaica, l’Elegia di Eleazaro ha-Kalir, ricorda una famiglia sacerdotale Ha-Pizzez, inserita nei turni di servizio al tempio nel giorno di sabato (turni detti mishmarôt), che abitava a Nazaret. Notizia confermata da un’iscrizione ebraica trovata a Cesarea che enumera le diverse mishmarôt, sulla quale, tra le altre località, è leggibile il nome di Nazaret. Eusebio nell’Onomasticon fissa la posizione geografica del villaggio: “Nazaret, per cui Cristo fu detto Nazareno e noi, anticamente Nazareni ma adesso Cristiani, è ancora oggi in Galilea di fronte a Legio, al 15mo miglio verso oriente, vicino al monte Tabor”.

Vi vennero in pellegrinaggio “con passo svelto” Paola e Eustochio accompagnate da Girolamo che chiama il piccolo villaggio di Nazaret “il fiore della Galilea”. L’Anonimo di Piacenza (570 ca) scrive di aver visto in Nazaret “molte cose meravigliose”, di aver visitato la sinagoga con ricordi dell’infanzia di Gesù e aggiunge: “La casa di santa Maria è ora una basilica e molti sono i benefici effetti che vengono a chi riesce a toccare le vesti di lei. Nella città è tanto grande l’avvenenza delle donne ebree che in quella terra non si potrebbero trovare donne più belle e dicono che questo è stato concesso loro da santa Maria; infatti affermano che fu loro antenata”.

Durante l’occupazione araba, seguita al 638, vi venne pellegrino Arculfo che all’abate Adamnano raccontò di aver visto a Nazaret due chiese: una nella quale fu nutrito il nostro Salvatore, la seconda dell’Annunciazione. Quando venne Willibaldo nel 724-26 restava visibile la sola chiesa dell’Annunciazione, ricordata ancora nel 943 dal viaggiatore arabo Al Mas‘udi.

Il patriarca di Alessandria Eutiche racconta che all’arrivo dell’imperatore Eraclio vincitore dei Persiani (629) gli ebrei di Nazaret gli vennero incontro chiedendogli protezione che, in un primo tempo accordata, fu revocata in seguito, su pressione dei cristiani di Gerusalemme che chiesero all’imperatore di vendicare i soprusi subiti da parte degli ebrei durante l’occupazione persiana (XV, 1-15).

Tra le case abbandonate del villaggio, i Crociati vincitori iniziarono ben presto a ricostruire il santuario, come testimonia il pellegrino inglese Sewulfo che vi venne nel 1102: “La città di Nazaret è completamente devastata e diroccata dai Saraceni, però il luogo dell’Annunciazione del Signore mostra un monastero assai bello”. Data l’importanza del santuario, Nazaret divenne sede episcopale. Il normanno Tancredi, al quale fu affidato il principato di Galilea, si fece un dovere di provvedere la basilica ricostruita sontuosamente con doni di ogni genere, come scrive Guglielmo di Tiro, lo storico contemporaneo delle Crociate, e come ricordano le descrizioni dei pellegrini che ebbero modo di visitare il santuario in tutto il suo splendore: l’igumeno Daniele, Teodorico e Giovanni Focas.

Il giorno stesso della battaglia disastrosa di Hattin, il 4 luglio 1187, Nazaret fu presa e la popolazione superstite fatta prigioniera. Un testimone racconta: “Altri (Saraceni) salirono nella città di Nazaret e insanguinarono la chiesa, ammazzando i cristiani che si erano rifugiati lì per motivo delle sue fortificazioni, parlo della chiesa santa nominata in tutto il mondo e dai fedeli ornata in omaggio al Verbo Incarnato… Distrutta la città e profanati i Luoghi santi presero la strada attraversando un certo pendio del monte chiamato “Salto del Signore” e andarono al Tabor” (Raul di Coggeshall). Nel periodo che seguì, grazie ai trattati di pace, il santuario poté essere Officiato e visitato anche se in forma ridotta. Il 24 marzo del 1251 San Ludovico IX re di Francia partecipò alla Messa celebrata dal suo cappellano nella Grotta dell’Annunciazione. La basilica fu distrutta sistematicamente nel 1263 per ordine del sultano Bibars: “Durante un soggiorno sul monte Tabor, un distaccamento della sua armata si portò a Nazaret per suo ordine e distrusse la chiesa di questa città”, scrive lo storico Abu al-Feda nei suoi Annali.

I pochi pellegrini che si avventurarono in Oriente, dopo la perdita del Regno Latino, ricordano un povero villaggio abitato da musulmani e da alcune comunità di monaci orientali. Nel 1243 un documento d’archivio di Venezia, fa cenno a un ospedale tenuto da pie donne per l’assistenza dei pellegrini. I Francescani che già si recavano in pellegrinaggio al santuario, presero possesso delle rovine della basilica crociata e della Grotta nel 1620, grazie all’appoggio dell’Emiro di Saida Fakhr ed-Din, seguiti da alcune famiglie di cristiani Maroniti e di Greci Melchiti. Giustiziato Fakhr ed-Din nel 1635, iniziarono i soprusi delle autorità turche per estorcere denaro. Il cronista francescano racconta: Il 19 novembre 1637, con la scusa che ’91 convento e la chiesa “fusse fondato in una loro antica moschea” incarcerarono i frati e solo pagando una forte somma fu sospeso il decreto del cadi di Safed “che il convento e la chiesa fussero spianati e li frati bruggiati” (Verniero). Per ovviare a una situazione insostenibile, per i frati come per i cristiani del villaggio, i religiosi di san Francesco, decisero nel 1697 di prendere la responsabilità giuridica del villaggio, così che il Padre Guardiano divenne il capo e il giudice di Nazaret in cambio di una somma annuale al Pascià di Sidone e a quello di Acri. A Nazaret, si aggiunsero nel 1753 i villaggi di Yaffia, Mujeidel e Khneifes. Un principato francescano che durò fin verso il 1770.

Un’altra data da ricordare è il 1730, anno nel quale i frati potettero coprire con una chiesa la Grotta venerata. La chiesa francescana, ampliata nel 1871, venne finalmente demolita nel 1955. In questa occasione furono condotti scavi archeologici sistematici sotto la guida di padre Bellarmino Bagatti (1955-1959).
En 1730, levantan la primera iglesia sobre la Gruta, ampliada en 1871. Por fin, en 1955, este templo fue demolido. Con este motivo, se realizaron sistemáticas excavaciones arqueológicas dirigidas por el P. Bagatti (entre los años 1955-59).

La nuova Basilica dell’Annunciazione fu innalzata negli anni 1960-1969. Nel corso dei lavori il santuario ricevette la visita del papa Paolo VI (1964).


Resti del periodo bizantino e pre-bizantino
nei dintorni della santa grotta, e incorporati oggi nella nuova basilica


La santa Grotta della Anunciazione:
un luogo venerato dai cristiani interrottamente

holy grotto

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L’altare in fronte alla santa Grotta dell’Annunciazione:
ingloba resti della chiesa Bizantina

the artal

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Created / Updated August, 2006 at 0:11:07 by J. Abela, E. Alliata, E. Bermejo, A.Alba, Marina Mordin
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